| Anno | 2021 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 100 minuti |
| Regia di | Federica Di Giacomo |
| Uscita | mercoledì 16 marzo 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Dugong |
| MYmonetro | 3,54 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 14 marzo 2022
Un ritratto struggente e intenso di una comunità di amici che si ritrova insieme molti anni dopo per celebrare la vita e la morte prematura dell'amico più emblematico del gruppo. In Italia al Box Office Il Palazzo ha incassato nelle prime 5 settimane di programmazione 2,9 mila euro e 1,3 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nel 2018 Mauro Fagioli moriva a 47 anni. Da tempo era recluso all'ultimo piano di un palazzo della Roma bene dove esercitava la sua unica attività, portare a termine il film dei suoi sogni con materiali raccolti nell'arco di vent'anni: ore e ore di girato peripatetico cui avevano partecipato volontariamente tutti i suoi amici. Quegli stessi amici si ritrovano sul terrazzo condominiale del palazzo per celebrare la veglia funebre di Fagioli, ricordandone l'impresa mancata. Alcuni non si rivedevano da anni, e colgono quell'occasione per ripercorrere il passato comune e riallacciare (o meno) i loro rapporti.
Il documentario di Federica Di Giacomo, già autrice del magnifico Liberami, si pone ad un immaginario crocevia fra Estate romana, The Disaster Artist e Il grande freddo, raccontando dal di dentro un mondo specificatamente romano: quello degli aspiranti cinematografari e della corte che si crea loro attorno.
E pone infinite domande sull'arte e la sua necessità, sul rapporto fra ego e creazione, sulla differenza fra talento e velleità, sulla capacità di rimanere autentici e concreti di fronte alle sirene di una vocazione mai confermata, lasciando al suo racconto, che cresce nel segno dell'incompiutezza, la possibilità di dipanarsi con calma e precisione per la durata della rielaborazione del lutto. A poco a poco si definiscono i "ruoli in commedia": la giornalista che chiede ostinatamente la verità e definisce il lavoro di Fagioli "deliri senza senso", lo scrittore divorato dall'amara consapevolezza di non aver realizzato le sue aspirazioni (ma è il coautore di questo documentario, dunque qualcosa di buono l'ha certamente fatto); il disincantato ironico che pone a se stesso le domande del pubblico; la "crocerossina" che si è fatta custode della memoria di Fagioli. Gli uomini campano di espedienti, le donne si rimboccano le maniche ma covano la frustrazione di non essere ciò che la cinepresa di Fagioli aveva fatto loro credere. Se questi fossero personaggi di finzione forse non ne comprenderemmo così bene l'irresolutezza, ma Di Giacomo costruisce al montaggio l'arco narrativo di ognuno di loro lasciando spazio a sorprese e rivelazioni, e solo alla fine ricostruendo il puzzle dell'esistenza di Fagioli e del suo entourage. La regista e cosceneggiatrice riesce a mantenere una sospensione di giudizio spesso colorata di ironia ma mai di dileggio verso questi personaggi "dediti al fallimento".
Coprotagonista rimane quel palazzo "a mezzo metro dal cielo" i cui frequentatori, nel salire le scale, "ad un certo punto si stancano e rimangono al piano dove sono arrivati". Il che non è solo il destino dei molti wannabe che arrivano a Roma con l'idea di "fare cinema", ma quello di tutti noi, che ad un certo punto della vita realizziamo che non arriveremo mai alla cima, e che il livello a cui ci siamo fermati è quello delle nostre reali capacità. Questi "creatori del niente" pensavano di poter realizzare capolavori e invece sono solo sopravvissuti a se stessi: il che succede a molti, anche al di fuori dell'ambiente artistico. In mezzo, convitato di pietra, c'è quel Mauro Fagioli che ci appare prima giovane e vanesio, poi malato e disfatto, accanto a Rocco, il "cantante senza pubblico" proprietario del Palazzo, che svende via via gli appartamenti per finanziare la "malattia di esprimersi" sua e dell'uomo il cui unico capolavoro è stato creare un'illusione per tanti. Questo circolo di sedicenti artisti è l'incarnazione dei narcisismi di una generazione e di una certa realtà romana tuttora ben presente, a livelli diversi di cultura (spassose la pronuncia errata di Eraclito e il progetto sul trattato di teologia solare), e i quadri bianchi che appaiono di sfuggita in una galleria, sotto lo sguardo perplesso di due visitatrici, sono il simbolo delle opere d'arte mai realizzate cui tutti aspiravano, in una Roma dove oggi, comunque, "con la cultura non si mangia".
Il tempo è una costruzione, la vita è una costruzione, la giovinezza è una costruzione. Le immagini, soprattutto, sono una costruzione, anche se le immagini, a differenza delle persone, non hanno pensieri e per questo colgono in modo spietato la povertà delle illusioni; la miseria, per l'appunto, delle costruzioni umane che spesso sono chiamate a raccontare.