| Titolo originale | Le Discours |
| Anno | 2020 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 87 minuti |
| Regia di | Laurent Tirard |
| Attori | Benjamin Lavernhe, Sara Giraudeau, Kyan Khojandi, Julia Piaton, François Morel Guilaine Londez, Sébastien Chassagne, Sarah Suco, Adeline D'Hermy, Laurent Bateau, Jean-Michel Lahmi, Alexandre Picot, Daria Panchenko. |
| Uscita | giovedì 10 febbraio 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,03 su 17 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento lunedì 31 gennaio 2022
E se il discorso al matrimonio del cognato fosse per Adrien la cosa migliore che poteva capitargli per rimettersi in gioco? In Italia al Box Office Il discorso perfetto ha incassato 90,7 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Adrien è un trentacinquenne romantico, depresso e ipocondriaco, da trentotto giorni ancor più sofferente perché la fidanzata, Sonia, ha messo "in pausa" la loro relazione fino a data da destinarsi. Si trova in questo stato penoso ad una noiosa cena di famiglia quando il fidanzato di sua sorella gli chiede il favore di tenere un discorso durante la cerimonia per il loro matrimonio. Angosciato alla sola idea, Adrien comincia così a produrre un lungo discorso mentale, in cui immagina quel che potrebbe dire, ricorda i traumi e i bei momenti passati, analizza la sua famiglia, la sua relazione e se stesso, in attesa che un messaggio di Sonia riaccenda in lui la speranza e la felicità.
Il fortunato libro di Fabrice Caro diventa un film per mano del regista del Piccolo Nicolas e di Asterix e Obelix al servizio di sua maestà.
Laurent Tirard ce la mette proprio tutta per tenere vivo il cinema tra le pieghe del teatro filmato, ricorrendo allo sfondamento di pareti immaginarie, ai salti avanti e indietro nel tempo, ai freeze frame e alle mini sequenze di montaggio, ma è uno sforzo che si avverte e che infine logora. Ciò non significa che Benjamin Lavernhe non si guadagni il suo primo ruolo da protagonista, o che il suo monologo, lungo quanto il film, non sia acuto o divertente (chiunque non sia allergico al cinismo in piccola dose troverà carburante per qualche bella risata), e non vuol dire nemmeno che Il discorso perfetto non abbia i suoi padrini cinematografici, da Amélie Poulain, per lo stile scoppiettante delle digressioni, a (500) giorni insieme, per la cronaca delle pene d'amore. Quello che non si può negare, però, è che funzioni anche come un altro tipo di "discorso": un elogio funebre per la scomparsa del cinema inteso come spazio dell'immagine e dell'azione.
Introdotta da una presentazione del protagonista su un palcoscenico, microfono davanti e sipario alle spalle, la commedia rimane di fatto in quella posizione per tutto il resto della sua durata, rimbalzando tra soli interni, affidandosi tutto il tempo alla voice over come in un podcast, e operando un montaggio di riprese e rilanci a partire dalle frasi del monologo, che sostituiscono di fatto le scene del film.
Niente di grave, anche perché il registro, frammentato nel ritmo e espressionista nella mimica, strizza l'occhio al genere che ha fatto la fortuna di Caro, e cioè il fumetto; però quando tutto è affidato alla parola, quando il cinema si fa claustrofobico e artificiale, bisogna che quella parola sia in grado di ammaliare, trattenere, catturare, mentre Il discorso perfetto di Caro e Tirard, alla fine, non è migliore dei tentativi che mette in scena.
La struttura è tutta alleniana per usare un gergo: flash forward, discorso indiretto, una presentazione volutamente ironica e a tratti paranoica, rivolta a noi pubblico in grado di rompere la quarta parete e porsi, caso abbastanza raro al cinema odierno, al ritmo empatico di una stand-up comedy. Il discorso perfetto, adattamento di un romanzo di un apprezzato autore di fumetti francese, FabCaro, [...] Vai alla recensione »
Apertura teatrale: un sipario si discosta, qualcuno si rivolge direttamente a noi. È un uomo, sulla trentina. Ci racconta che la sua ragazza lo ha appena lasciato. Anzi, no: aveva bisogno di un periodo di “pausa”. La magica incertezza semantica che può assumere il vocabolario dei rapporti amorosi.
La pausa sta durando da più di un mese: l’uomo viene meno al suo orgoglio, le manda un sms nel pomeriggio. La sera, nessuna risposta. E lui è costretto a una cena in famiglia. Il padre perso nei suoi aneddoti alla centesima replica, la madre che serve sempre lo stesso dolce da anni, la sorella che non lo hai mai capito, probabilmente non lo ha mai “visto”. Il futuro cognato che parla solo di scienza: e che a un certo punto gli chiede di pronunciare un discorso sugli sposi, nel giorno del prossimo, futuro matrimonio.
Arriva in Italia, con l’etichetta “Cannes 2020”, selezionato cioè nell’edizione fantasma del festival, Il discorso perfetto. Ritratto di un uomo invisibile a tutti, persino ai suoi familiari, il film ci dice quanto possiamo essere fantozziani, patetici, goffi, maldestri, e ugualmente meritevoli di amore.
È un film dalla struttura abbastanza folle, pieno di sguardi in macchina e di frasi rivolte a noi, il pubblico. Come in un film di Woody Allen degli anni ’70: diciamolo, Io e Annie. E in fondo, è “alleniana” anche la cena, con quei commensali che parlano senza comunicare, senza capirsi, senza amarsi.
Leggero, ma non superficiale, in meno di un’ora e mezza Il discorso perfetto gioca le sue carte. Tutto, o quasi, si svolge intorno a un tavolo di cucina, ma i flashback movimentano, danno respiro, aprono l’azione. Gran parte del film se lo porta sulle spalle Benjamin Lavernhe, allo stesso tempo protagonista e narratore della propria vicenda. Il film, per così dire, pende dalle sue labbra.
E lui, a sua volta, rimane appeso – come accade a molti di noi – a un telefono, a un messaggio che non arriva, alle mille ipotesi che facciamo sul perché non arrivi. Può un film intero rimanere attaccato a un sms che non arriva? Certo che può. Così come possono farlo le nostre vite, per minuti, ore, giorni, a volte anni. “Accadono cose nella vita che sono come domande. Passano anni, e poi la vita risponde” scriveva Alessandro Baricco in un suo romanzo.
Qui non avremo bisogno di veder passare anni. Tutto accade con ritmo da minuetto, in questo film diretto da Laurent Tirard – il regista di Asterix e Obelix al servizio di Sua Maestà”e di Il piccolo Nicolas e i suoi genitori – e tratto dal romanzo “Le discours” di Fabrice Caro, il fumettista noto con lo pseudonimo di Fabcaro. Ritmo di minuetto, colpi di stiletto nel cuore del protagonista, che si fa violenza per non contattare la donna che ama. Finisce per arrendersi, e inviarle un messaggio neutro, un “come va?” che vuol dire tutto, tranne il significato puro e semplice della frase: cercare di sapere come stia davvero l’altro.
Gli effetti cinematografici sono quasi “antichi”, verrebbe da dire: attori che si bloccano nell’immagine, mentre il nostro protagonista si rivolge a noi e continua a parlare, e una continua rottura della “quarta parete” – dicono così, quelli colti, no? – che diventa quasi una seduta di psicanalisi con noi spettatori. Dove noi, per fortuna, siamo lo psicanalista. E ci sono anche le proiezioni mentali del protagonista che immagina il suo discorso, al matrimonio della sorella, in mille variazioni possibili.
E, dimenticavamo!, una scena piccola ma formidabile, in cui la difficoltà di comunicazione fra i partecipanti ad una cena viene visualizzata con la presenza di cabine di traduttori, stile Nazioni Unite, per tradurre tutti i non detti, i sottintesi, i dialoghi fra sordi tra familiari. È un film sull’orrore della vita quotidiana, quella fatta di abitudini, quella che ci porta a divenire sordi e ciechi agli altri, questo film. Ma fa bene attenzione, il film, a mettere questo orrore sottile sullo sfondo, come qualcosa di scontato.
Con il secondo romanzo, Le discours (Gallimard 2017), il fumettista Fabcaro ha fatto tombola. Sedotto da tempo dal suo umorismo bizzarro, Laurent Tirard ha deciso di trasformare questo romanzo in un'irresistibile commedia romantica. Adrien (Benjamin Lavernhe, notevole) prende parte a una cena di famiglia poco dopo la rottura con la fidanzata Sonia (Sara Giraudeau).