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Il discorso perfetto, un film da amare entrando in sintonia col suo ottimo maldestro protagonista

Laurent Tirard ci invita ad empatizzare con l’humour, l’emozione e la sofferenza vera di un uomo maldestro, interpretato con la perizia di un campione di sci, che fa slalom speciale fra i pericoli del grottesco e del sentimentale, da Benjamin Lavernhe. Al cinema.
di Giovanni Bogani

Il discorso perfetto

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giovedì 10 febbraio 2022 - Focus

Apertura teatrale: un sipario si discosta, qualcuno si rivolge direttamente a noi. È un uomo, sulla trentina. Ci racconta che la sua ragazza lo ha appena lasciato. Anzi, no: aveva bisogno di un periodo di “pausa”. La magica incertezza semantica che può assumere il vocabolario dei rapporti amorosi.

La pausa sta durando da più di un mese: l’uomo viene meno al suo orgoglio, le manda un sms nel pomeriggio. La sera, nessuna risposta. E lui è costretto a una cena in famiglia. Il padre perso nei suoi aneddoti alla centesima replica, la madre che serve sempre lo stesso dolce da anni, la sorella che non lo hai mai capito, probabilmente non lo ha mai “visto”. Il futuro cognato che parla solo di scienza: e che a un certo punto gli chiede di pronunciare un discorso sugli sposi, nel giorno del prossimo, futuro matrimonio.
 

Arriva in Italia, con l’etichetta “Cannes 2020”, selezionato cioè nell’edizione fantasma del festival, Il discorso perfetto. Ritratto di un uomo invisibile a tutti, persino ai suoi familiari, il film ci dice quanto possiamo essere fantozziani, patetici, goffi, maldestri, e ugualmente meritevoli di amore.

È un film dalla struttura abbastanza folle, pieno di sguardi in macchina e di frasi rivolte a noi, il pubblico. Come in un film di Woody Allen degli anni ’70: diciamolo, Io e Annie. E in fondo, è “alleniana” anche la cena, con quei commensali che parlano senza comunicare, senza capirsi, senza amarsi.

Leggero, ma non superficiale, in meno di un’ora e mezza Il discorso perfetto gioca le sue carte. Tutto, o quasi, si svolge intorno a un tavolo di cucina, ma i flashback movimentano, danno respiro, aprono l’azione. Gran parte del film se lo porta sulle spalle Benjamin Lavernhe, allo stesso tempo protagonista e narratore della propria vicenda. Il film, per così dire, pende dalle sue labbra.

E lui, a sua volta, rimane appeso – come accade a molti di noi – a un telefono, a un messaggio che non arriva, alle mille ipotesi che facciamo sul perché non arrivi. Può un film intero rimanere attaccato a un sms che non arriva? Certo che può. Così come possono farlo le nostre vite, per minuti, ore, giorni, a volte anni. “Accadono cose nella vita che sono come domande. Passano anni, e poi la vita risponde” scriveva Alessandro Baricco in un suo romanzo.

Qui non avremo bisogno di veder passare anni. Tutto accade con ritmo da minuetto, in questo film diretto da Laurent Tirard – il regista di Asterix e Obelix al servizio di Sua Maestà”e di Il piccolo Nicolas e i suoi genitori – e tratto dal romanzo “Le discours” di Fabrice Caro, il fumettista noto con lo pseudonimo di Fabcaro. Ritmo di minuetto, colpi di stiletto nel cuore del protagonista, che si fa violenza per non contattare la donna che ama. Finisce per arrendersi, e inviarle un messaggio neutro, un “come va?” che vuol dire tutto, tranne il significato puro e semplice della frase: cercare di sapere come stia davvero l’altro.

Gli effetti cinematografici sono quasi “antichi”, verrebbe da dire: attori che si bloccano nell’immagine, mentre il nostro protagonista si rivolge a noi e continua a parlare, e una continua rottura della “quarta parete” – dicono così, quelli colti, no? – che diventa quasi una seduta di psicanalisi con noi spettatori. Dove noi, per fortuna, siamo lo psicanalista. E ci sono anche le proiezioni mentali del protagonista che immagina il suo discorso, al matrimonio della sorella, in mille variazioni possibili.

E, dimenticavamo!, una scena piccola ma formidabile, in cui la difficoltà di comunicazione fra i partecipanti ad una cena viene visualizzata con la presenza di cabine di traduttori, stile Nazioni Unite, per tradurre tutti i non detti, i sottintesi, i dialoghi fra sordi tra familiari. È un film sull’orrore della vita quotidiana, quella fatta di abitudini, quella che ci porta a divenire sordi e ciechi agli altri, questo film. Ma fa bene attenzione, il film, a mettere questo orrore sottile sullo sfondo, come qualcosa di scontato.


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