| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Israele |
| Durata | 99 minuti |
| Regia di | Amos Gitai |
| Attori | Bahira Ablassi, Tom Baum, Tsahi Halevi, Fayez Abu Haya, Khawla Ibraheem Anuar Jour, Amir Khoury, Clara Khoury, Makram Khoury, Hana Laslo. |
| MYmonetro | 2,45 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento venerdì 18 giugno 2021
Un film interamente girato all'interno di una discoteca di Haifa, in Israele.
|
CONSIGLIATO NÌ
|
In una notte piovosa, nella città portuale di Haifa, il locale Fattoush si va riempiendo come ogni sera. È il giorno dell’inaugurazione della mostra fotografica dell’israeliano Gil nella galleria di Laila, sua amante e moglie del proprietario del locale. C’è anche la sorella di Gil, che si fa corteggiare da un ragazzo arabo al bancone e poi si allontana abbracciata a lui, e c’è la donna del cuoco, bella e inquieta, cui va stretta la relazione col marito e la richiesta di un figlio. Ci sono gay e etero, travestiti sul palco, signore che si guardano attorno alla ricerca del partner di un appuntamento al buio, e una giovane femme fatale, cresciuta all’ombra della povertà e delle tensioni razziali, che cerca il risarcimento che le spetta.
Gitai torna nella sua città natale, forse la città più aperta ed accogliente di Israele, dove la convivenza tra israeliani e palestinesi è una realtà quotidiana, ragionevole e pacifica, per aggiungere un altro tassello al suo inesauribile work in progress cinematografico sulla complessità umana e sociale del territorio mediorientale.
L’unità di luogo, e la natura dello stesso -locale d’incontro notturno di parole e corpi-, sono il set ideale per un girotondo teatrale, uno spazio di leggerezza e di tregua dai colpi duri che mena il mondo esterno (il film si apre infatti con un’aggressione e il ricovero di Gil tra le mura del Fattoush e tra le gambe di Laila). Si tratta dunque di un’eccezione, una sorta di enclave, ma anche l’emblema di una realtà possibile ed esistente, ai piedi del monte Carmelo. Un luogo, inoltre, che riunendo insieme due popoli violentemente posti l’uno contro l’altro, s’inscrive in continuità con il precedente cinema di Gitai. Microcosmo rappresentativo di una politica virtuosa, Laila in Haifa (che si può leggere anche “Notte in Haifa”) lo è anche delle idee sull’argomento del regista, che non esita a metterle in bocca alla giovane gallerista, incontrando in questo modo, però, un inevitabile effetto “didascalia”. Frasi come “Crediamo che sia molto importante stimolare le coscienze tramite l’arte”, “c’è posto per tutti”, o “si può ammettere di avere sbagliato”, sono notoriamente espressione del suo credo, oltre che le motivazioni di un lavoro che avanza nonostante l’apparente impotenza dell’arte contro i demoni della Storia. Perciò, per quanto il girotondo alla lunga giri un po’ a vuoto, avvolgendosi su se stesso, è nell’apparente semplicità che si trova infine il senso del film, il quale, se preso senza voler estrarre da esso più di quanto non possa dare, si offre piacevolmente come un gesto filmico e ideologico scoperto e sincero, un processo d’incontro tra attori e attrici, persone e personaggi, le cui (vere) biografie e fragilità trovano la forma di brevi scene della commedia umana, “quadri” di un’esposizione firmata Amos Gitai.
La "questione" palestinese è ormai (ridotta a?) "memoria fotografica". Oggetto di una mostra allestita in un locale di Haifa a ridosso di un passaggio ferroviario. Le fotografie del conflitto disposte lungo le pareti è come se incorniciassero le vite di tutti i personaggi che ruotano nel perimetro del luogo, corpi parlati da ciò che non si riesce (più?) a dire.