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Ultimo aggiornamento lunedì 11 febbraio 2019
Un gallerista riuscirà a fare un accordo con un investitore per rilanciare la carriera di un grande pittore. In Italia al Box Office Il mio Capolavoro ha incassato 85,3 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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"Vendo opere d'arte, e il mio segreto è che sono un assassino". Così si presenta a noi Arturo Silva, gallerista e commerciante d'arte contemporanea innamorato della sua Buenos Aires, prima di raccontarci a ritroso la sua storia. L'amico del cuore di Arturo è Renzo Nervi, un pittore che negli anni Ottanta aveva raggiunto un grande successo, ma ora è caduto in disgrazia per via del suo carattere impossibile. Renzo è un ubriacone e un donnaiolo, vive nel degrado e nella sporcizia, non si interessa al denaro e campa di espedienti, togliendosi il gusto di insultare chiunque non gli vada a genio - cioè praticamente tutti. Ma come Buenos Aires, sono i suoi difetti a renderlo amabile agli occhi di Arturo. Quando però un incidente confina Renzo in ospedale privandolo temporaneamente della memoria, il pittore chiede all'amico di toglierlo perpetuamente dalla sua miseria esistenziale. Quale decisione prenderà il gallerista?
È impossibile riassumere la trama di Il mio capolavoro senza rovinare le tante sorprese di una storia che si segue come una commedia spassosa per situazioni e battute fulminanti, ma si sviluppa come un thriller e raggiunge conclusioni inaspettate.
Forse il modo migliore è quello leggerlo come un buddy movie, ovvero la storia di un'amicizia pluriennale e profonda fra due uomini vicini alla terza età e dediti all'arte, l'uno da un'angolazione commerciale, l'altro da una prospettiva puramente estetica.
È l'arte infatti la femme fatale di Il mio capolavoro, quell'arte che talvolta può creare la realtà invece di limitarsi a rappresentarla, e che lega fra loro i pochi individui che la capiscono davvero, ingannando tutti gli altri. Il mondo che circonda l'arte contemporanea, fatto di appassionati, critici e geni incompresi, è descritto in tutta la sua superficiale volubilità e in tutta la sua inconsistenza. Gaston Duprat, regista e sceneggiatore, ha già firmato L'artista e Il cittadino illustre, due ottime commedie argentine che avevano a che fare con la natura complessa del lavoro creativo, il primo parlando direttamente di pittura contemporanea, il secondo di letteratura. Accanto a Duprat c'è qui il produttore e amico di sempre, Mariano Cohn, anche co-regista de L'artista.
Il mio capolavoro trova inoltre in due grandissimi attori argentini le perfette incarnazioni dei protagonisti: Luis Brandoni nei panni dell'artista egocentrico e asociale, e Guillermo Francella in quelli del gallerista con un buon senso degli affari ma un'ancor più grande capacità di distinguere il talento dalla fuffa - compresa quella che vende. La sceneggiatura sostiene questi due talenti anche se a tratti complica un po' troppo le cose. Ma come L'artista e Il cittadino illustre, Il mio capolavoro dipinge (è il caso di dirlo) il ritratto di un mondo e un Paese in cui l'illusione conta più della realtà, e i rapporti umani possono valere più di un conto in banca.
Bellissimo film, ironico e caustico, nel quale vale di più l'amicizia vera fra due persone che tutto il resto. I soldi contano perché danno la possibilità di vivere bene ed avere una bella casa dove si preferisce e una vita che sia ama. "Cosa stai pensando?" " Alla morte" "Io la contesto" Questo è il dialogo finale fra due amici che sicuramente amano la vita.
All'inizio un personaggio si dichiara assassino, invitandoci a scoprire: chi e perché ha ammazzato. Tuttavia Il mio capolavoro non è un giallo, ma un "film di amici" sullo sfondo di una satira del mercato dell'arte (il co-sceneggiatore, non a caso, è il direttore del Museo delle Belle Arti di Buenos Aires). Vecchio pittore misantropo e scorbutico, Renzo Nervi ha un solo amico: il gallerista Arturo, [...] Vai alla recensione »