I diari della motocicletta

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Un film di Walter Salles. Con Gael García Bernal, Mercedes Morán, Jean Pierre Noher, Mia Maestro, Rodrigo De la Serna.
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Titolo originale Diarios de motocicleta. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 126 min. - Argentina, Brasile, Cile, Perù, USA 2004. - Bim Distribuzione MYMONETRO I diari della motocicletta * * * - - valutazione media: 3,00 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Arianna Finos

Il Venerdì di Repubblica

Gael Garda Berrial sa incarnare con la stessa spontaneità l’icona rivoluzionaria di Che Guevara e la femme fatale discinta e spietata in cui l’ha trasformato Pedro Almodovar nel suo ultimo film. Per questo l’attore messicano, un mingherlino di 25 anni con splendidi occhi verde smeraldo, è uno dei protagonisti del Festival di Cannes 2004, in grado di far ombra perfino al divino Brad Pitt, atteso alla Croisette nella scultorea versione del pelide Achille nel kolossal Troy. Il divo dell’Altra America, dopo aver aperto la rassegna francese recitando tre ruoli diversi nel noir La mala educaciòn di Almodovar, tra due giorni passa in concorso con uno dei titoli più attesi: I diari della motocicletta di Walter Sailes (quello di Central do Brasil e Mìdnight), tratto dagli appunti di viaggio presi neI 1952 dallo studente di medicina Ernesto Guevara, non ancora EI Che.
Gael Garda Bernal, già definito pittorescamente Il Marton Brando latinoamaricano, il nuovo Banderas e il Brad Pitt di Guadalajara è rapidamente diventato famoso in Messico grazie a una manciata di ruoli scomodi e film scandalosi: ragazzo disagiato nel durissimo Amores perros di Alejandro Gonzales Inarritu, adolescente borghese in viaggio on the road tra sesso, sbornie e canne in Y tu mama también di Alfonso Cuaron (che gli è valso il premio Mastroianni alla mostra di Venezia 2001), prete che ama e fa abortire una ragazza in Il crimine di padre Amaro, diventato in patria un vero caso. Se recitare con Pedro Almodovar, che lo ha coperto di veli rosa e strass sul pube nel ruolo di donna fatale ha significato «fare un’esperienza artìsticamente e umanamente necessaria», per Bernal portare il mito di Ernesto Guevara al cinema è diventata la missione della vita: scelto dal produttore Robert Redford e dal regista Walter Sailes, che lo hanno preferito a divi del calibro di Benicio Del Toro, l’attore è diventato il motore del film, capace di spronare regista e produttore di fronte alle mille difficoltà di questo progetto on the road: «Sono arrivato sul set pensando di essermi preparato, avevo letto tutte le biografie possibile su Guevara, e poi gli scritti di Camus, Neruda, Marx. Poi, invece, è stato il viaggio che abbiamo fatto attraverso Argentina, Cile, Perù e Venezuela, un’esperienza così ricca e intesa, a cambiarmi, a trasformarmi per sempre», dice Bernal, facendo sua la considerazione del ventitreenne Guevara riportata nei titoli di coda del film e ripresa dell’incipit degli appunti pubblicati in Italia da Feltrinelli (Latinoamericana - Due diari per un viaggio in motocicletta, 5 euro).
NeI 1952, all’Inizio di un viaggio durato un anno, Ernesto era uno studente di medicina, specializzato in lebbra, a sei mesi dalla laurea. Fu su quella sella della vecchia Norton 500 guidata dall’amico Alberto Granado che il cuore rivoluzionario di Ernesto scoprì le ingiustizie e i soprusi che subivano i poveri dell’America Latina da parte dei potenti: dagli Indios argentini ai campesinos sfruttati dai latifondisti, agli emarginati Mapuche schiacciati dagli eredi dei conquistadores. E fu alla fine di quel pellegrinaggio culminato in un lebbrosario dell’Amazzonia che il rampollo di una famiglia borghese di Buenos Aires iniziò la sua trasformazione nel guerrigliero della rivoluzione cubana.
«Durante le riprese in Argentìna e Cile c’è stato chi ci chiamava comunisti, chi ci insultava e malediceva.
Molte delle ingiustizie annotate da Guevara le ho ritrovate nel Sud America di oggi», racconta Bernal, sensibile alla politica fin da giovanissimo. Cresciuto in un ambiente di artisti (la madre Cecilia Bernal è un’attrice famosa in Messico, il padre Josè Angel Garcia è un regista teatrale), a 16 anni è andato a vivere per un periodo con il subcomandante Marcos, il leader col passa-montagna degli zapatisti. Con i suoi cappellini indio e la passione per la musica rap, con i suoi durissimi film, Bernal è diventato per alcuni scrittori un simbolo del risveglio culturale dell’America Latina, un alfiere di quel «Realismo davvero reale» da contrapporre al «Realismo magico» di Gabriel Garda Meìrquez.
Fedele al suo ruolo dl giovane impegnato, Gael ha portato Il suo punto dl vista sul palco dello Shrine Auditorium di Los Angeles lo scorso anno, in una cerimonia degli Oscar celebrata alla vigilia dell’attacco in Iraq: «La pace nel mondo non dev’essere un sogno ma una necessità», ha detto il bel Gael con gli occhioni luccicanti e i! suo fare semplice. Oggi la sua manager statunitense cerca di contenere il più possibile le esternazioni politiche dell’attore, corteggiato da Hollywood più che mai dopo il successo riscosso al Sundance Film Festival del suo ritratto di Guevara. Bernal, che ha studiato recitazione alla Central School of Speak and Drama di Londra è calato molti chili per interpretare Ernesto provato dall’asma, ha imparato a giocare a rugby, ha regalato dolcezza allo studente imbranato nel ballo e capace dì infondere speranza a un’ammalata di uno sperduto lebbrosario nascosto nella giungla.
Il ragazzo idealista raccontato nel film non sembra troppo diverso da quello ritratto dalle foto in bianco e nero mostrate dopo i titoli dì coda: una rappresentazione talmente fedele d’aver fatto commuovere fino alle lacrime la vedova di Guevara, Aleida March, quando Robert Redford è volato a l’Avana per farle vedere il film. C’erano anche i quattro figli del Che e il vecchio amico Alberto Granado che ancora ricorda quel viaggio in motocicletta che cambiò la sua vita. E la storia di un popolo.
Da Il Venerdì di Repubblica, 14 maggio 2004


di Arianna Finos, 14 maggio 2004

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