| Anno | 2003 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Gabriele Salvatores |
| Attori | Diego Abatantuono, Dino Abbrescia, Aitana Sánchez-Gijón, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro Giorgio Careccia. |
| Tag | Da vedere 2003 |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,60 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 25 marzo 2016
Dopo un'apnea di molti anni, dopo aver davvero smarrito la strada maestra con una serie di film superflui e senza destino, ecco che Salvatores torna a "raccontare" e lo fa davvero bene. Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto 2 David di Donatello, Al Box Office Usa Io non ho paura ha incassato 1,6 milioni di dollari .
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CONSIGLIATO SÌ
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Dal romanzo di Niccolò Ammaniti. Michele, dieci anni, vive in un paesino, anzi, proprio quattro case, della Basilicata. Con la sorella più piccola e altri amici scorrazza in bicicletta nelle stradine in mezzo al grano. A casa c'è la mamma e il papà fa il camionista, ed è uomo "tutto core". Incuriosito da una porta di lamiera vicino a una casa diroccata, Michele la apre e vede un buco, e in fondo un piede che esce da una coperta. Dopo lo spavento iniziale torna sul luogo e scopre che quel piede appartiene a un bambino come lui, biondo e delicato, quasi cieco per il buio, ridotto a una larva. Non riesce a immaginare un rapimento. Nelle successive visite gli porta da mangiare, gli parla, gli ridà una speranza. La televisione racconta di questo Filippo rapito a Milano. Così Michele capisce. Arriva a casa tale Sergio (Abatantuono), il "milanese" che tira le fila. Tutta la famiglia è implicata. Ma il cerchio si stringe, gli elicotteri girano. Il panico sopraggiunge. Occorre sopprimere l'ostaggio. Michele corre per salvarlo. Riesce a spingerlo fra i campi, sopraggiunge il padre "tutto core" che non esita a sparare al bambino, che però è Michele. Gli elicotteri dei carabinieri illuminano il milanese con le braccia alzate, il padre col figlio in braccio e il piccolo Filippo che si è salvato.
Dopo un'apnea di molti anni, dopo aver davvero smarrito la strada maestra (complice un Oscar sproporzionato che gli aveva fatto perdere le misure) con una serie di film superflui e senza destino, ecco che Salvatores torna a "raccontare" e lo fa davvero bene. Le lunghe scene di preparazione e connessione al fatto centrale, suggestive e soleggiate, non debordano. Il grano e il cielo, gli animali e le colline, tutto concorre alla storia. E' un meridione che non è quasi Italia, ma è mondo. Per salvare il suo amico, Michele corre nella notte, mormora a se stesso una favola e un sortilegio, intorno la civetta cattura un topo, un piccolo serpente assiste dal suo sasso. Cinema finalmente. Ed è importante per noi, da anni così disperatamente poveri e grigi, e allineati. E' un bel segnale, parallelo a quello della Finestra di Fronte. Entrambi i film hanno avuto il riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali. Che davvero stia succedendo qualcosa?
Io non ho paura segue il processo di crescita di Michele, che lascia l’infanzia attraverso un doloroso percorso di conoscenza. Questa maturazione ha due punti d’appoggio. Il primo è l’incontro con l’altro, con Filippo. Il secondo è la caduta di miti e illusioni dell’infanzia, a partire dalla figura del padre. Il film si basa su serie di coppie di opposti. Da una parte c’è la buca in cui Filippo è chiuso dagli adulti, il basso, la chiusura, il buio, la notte, la morte. Dall’altra c’è il mondo di sopra, l’alto, l’apertura, la luce, il giorno, la vita. Altre coppie di opposti: Michele, il ragazzo del Sud, di famiglia povera, moro, dalla carnagione scura, e Filippo, il ragazzo del Nord, di famiglia ricca, biondo, pallido; il mondo degli adulti e il mondo dei bambini; la realtà e l’immaginazione. Sono tutti fattori che si contrappongono ma al contempo si toccano, si contaminano, si integrano. Il movimento di salita della cinepresa all’inizio del film, dal buio del sottosuolo alla luce dei campi di grano, anticipa e riassume questa dialettica degli opposti, evocando l’atto di creazione, che separa la luce dalle tenebre. Il film è ricco di motivi simbolici. Il simbolo principale è la buca. La buca è un palco illuminato dall’alto, è spazio della rappresentazione, è simbolo dell’inconscio, delle paure infantili, dei divieti che gli adulti impongono e che i bambini vogliono infrangere. Michele non dovrebbe vedere la buca e Filippo nella buca non può aprire gli occhi, non può vedere: vedere significa diventare adulti, la crescita si regge anche sulla capacità di vedere la realtà, prenderne coscienza, appropriarsene. All’inizio, Michele è un bambino incapace di agire, che guarda impotente la realtà e la trasfigura attraverso la fantasia; alla fine, stanco di questa impotenza, trova la forza di passare all’azione. Al tema dello sguardo si affianca quello dell’ascolto. Il film è percorso da una simbolica partitura sonora. I suoni della campagna rappresentano una natura che può essere vista in tre modi diversi: la natura indifferente alle vicende degli uomini; la natura come paradiso terrestre vicino all’infanzia; la natura dai toni negativi, mostruosi, funerei.
Anni '60 in Basilicata. Michele è un bambino di dieci anni che passa le sue giornate giocando con i suoi amici, si mette alla prova, misurandosi con se stesso nell'accettare penitenze piuttosto pericolose. Michele esplora il mondo che lo circonda. Michele ha una madre severa ma paziente e un padre che da poco e tornato dopo aver passato un periodo fuori casa per lavoro. Michele corre, Michele ride, Michele si rotola nei campi di grano durante giornate assolate e calde. Michele un giorno scopre qualcosa: in una fossa sottoterra vede un piede, poi sente dei gemiti, si tratta di un bambino come lui. All'inizio sembra che questo bambino sia il protagonista del racconto che Michele scrive prima di addormentarsi la sera, ma non è così. Il ragazzino si chiama Filippo ed è stato rapito dal padre di Michele e da un gruppo di individui disperati e senza scrupoli. Michele porta del cibo a Filippo, gli parla, lo fa uscire dalla fossa per fargli sentire il respiro del vento, il profumo del grano e per ridargli la luce. Michele non capisce esattamente cosa sia successo a Filippo, ma l'importante è che i due bambini diventeranno amici. Una luce quasi accecante, per l'ultima opera di Salvatores in concorso alla 53a edizione della Berlinale, e qualche discesa nel buio di una grotta sotterranea, quella del nostro inconscio e delle paure dell'infanzia che sono appartenute a ciascuno di noi. Il punto di vista, tecnicamente e concettualmente, è sempre quello di Michele, di un bambino e i bambini, oltre all'ingenuità, sanno essere più distaccati degli adulti nei confronti di ciò che li circonda. Noi spettatori vediamo la realtà con gli occhi del piccolo protagonista e anche del suo amico, due volti della stessa persona, che ci ricordano quanto sia importante ribellarsi, combattere, essere coraggiosi per non rimanere imbrigliati e feriti dalla regola dell' opportunismo, dell' egoismo e dell' uniformità.
A mio avviso è il miglior film di Salvatores,anche più di "Mediterraneo" che pure mi era piaciuto tanto. Tutto è curato nei dettagli:l'uso dei colori,la campagna,i rapporti familiari,i dialoghi. I sentimenti puri reggono tutta l'impalcatura ben costruita: l'ingenuità ed il grande cuore dei più piccoli,il coraggio dell'incoscienza,la giustizia M [...] Vai alla recensione »
Un qualunque angolo di campagna dei Sud nell’estate 1978. I ruderi di un cascinale abbandonato, giochi di ragazzi lontani da casa, al riparo dagli occhi dei genitori. Ma un pomeriggio, quando è ora di tornare, Michele (Giuseppe Cristiano), resta solo a cercare gli occhiali smarriti dalla sorellina. Eccoli lì, accanto a una botola: che cosa nasconderà? E perché si trova proprio in quel luogo? La curiosità [...] Vai alla recensione »