Il quinto sigillo

Film 1976 | Drammatico 116 min.

Regia di Zoltan Fabri. Un film Da vedere 1976 con Lajos Öze, László Márkus, Ferenc Bencze, Sàndor Horvàth, István Dégi. Cast completo Titolo originale: Az otodik pecsét. Genere Drammatico - Ungheria, 1976, durata 116 minuti. Valutazione: 4 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Ultimo aggiornamento lunedì 17 febbraio 2025

Budapest, 1944. Una domanda cambierà la vita di un gruppo di persone.

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Un film che conserva intatta l'importanza di porre un quesito che riguarda tutti i regimi dittatoriali.
Recensione di Giancarlo Zappoli
lunedì 17 febbraio 2025
Recensione di Giancarlo Zappoli
lunedì 17 febbraio 2025

Ungheria nel pieno della seconda guerra mondiale. Al potere c'è il collaborazionista Ferenc Szálasi. In un bar si ritrovano quattro bevitori. Sono un orologiaio, un falegname, il proprietario del bar e un venditore di libri. Vengono raggiunti da un reduce che di professione fa il fotografo d'arte. Tra una chiacchiera e l'altra a un certo punto emerge un quesito: se ognuno di loro dovesse morire per poi reincarnarsi e avesse a disposizione la scelta tra un tiranno privo di qualsiasi senso morale e un suo schiavo che ne è vittima, conservando però l'integrità, chi sceglierebbe?

Zandor Marai, in un film dal forte impianto teatrale, pone un quesito che riguarda tutti i regimi dittatoriali.

Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla terra? Apocalisse 6.9-10

Da questo brano del Nuovo Testamento trae ragion d'essere il titolo di questo film che vinse nel 1977 il Primo Premio al Festival di Mosca. Molto probabilmente all'epoca sia in patria che nel dominante Paese Fratello non si lesse ciò che Fabri vi aveva inserito in una filigrana nemmeno troppo nascosta.

Perché sicuramente il film è ambientato in un periodo in cui l'Ungheria si trovava sotto l'occupazione nazista e ad essa e ai collaborazionisti fa riferimento ma la riflessione si allarga a qualsiasi società si trovi sotto un regime dittatoriale che impone delle scelte morali. Ciò viene messo in luce con il quesito esposto nella prima parte e con l'aut aut che viene proposto nell'ultima.

Tutto ciò in un'opera dal forte impianto teatrale che, soprattutto nella prima parte, impiega un ampio arco di tempo per caratterizzare i cinque protagonisti prima di stringere sulla tematica che è finalizzata per mettere a nudo le contraddizioni dell'essere umano.

Si può al contempo essere martiri (quei martiri che chiedono vendetta) senza avere la tentazione di divenire persecutori? Quanto il tentativo di garantirsi il cosiddetto quieto vivere in tempi bui può giustificare qualsiasi decisione?

Fabri, divenuto universalmente noto per la sua lettura cinematografica di un classico della letteratura (per ragazzi e non) come I ragazzi della via Paal (con tanto di nomination all'Oscar nella categoria del miglior film straniero) qui si rifà per la seconda volta a un romanzo di Ferenc Sánta che innerva con riferimenti visivi all'opera di Hieronimus Bosch.

Non solo citando i dettagli di sue opere, quando il venditore di libri afferma di essersi procurato un prezioso taglio di carne grazie alla cessione di un libro che riproduceva i suoi quadri, ma anche in una modalità molto più creativa. Quando l'uomo si trova in uno stato avanzato di ubriachezza si materializzano dal suo inconscio immagini che fanno riferimento ad alcuni particolari dell'opera del pittore olandese.

Si tratta in definitiva di un film che anche se risente in parte del passare del tempo conserva intatta l'importanza della riflessione che la sequenza finale sa come potenziare.

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Giancarlo Zappoli

Ungheria nel pieno della seconda guerra mondiale. Al potere c'è il collaborazionista Ferenc Szálasi. In un bar si ritrovano quattro bevitori. Sono un orologiaio, un falegname, il proprietario del bar e un venditore di libri. Vengono raggiunti da un reduce che di professione fa il fotografo d'arte. Tra una chiacchiera e l'altra a un certo punto emerge un quesito: se ognuno di loro dovesse morire per poi reincarnarsi e avesse a disposizione la scelta tra un tiranno privo di qualsiasi senso morale e un suo schiavo che ne è vittima, conservando però l'integrità, chi sceglierebbe?

Zandor Marai, in un film dal forte impianto teatrale, pone un quesito che riguarda tutti i regimi dittatoriali. Si tratta di un film che anche se risente in parte del passare del tempo conserva intatta l’importanza della riflessione che la sequenza finale sa come potenziare.

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