| Titolo originale | Biruma no tategoto |
| Anno | 1956 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 116 minuti |
| Regia di | Kon Ichikawa |
| Attori | Tatsuya Mihashi, Shoy Tasui, Rentaro Mikuni, Shôji Yasui, Jun Hamamura Taketoshi Naitô, Kô Nishimura, Hiroshi Tsuchikata, Sanpei Mine, Yoshiaki Kato, Sojiro Amano, Yôji Nagahama, Eiji Nakamura, Shojiro Ogasawara, Tomoko Tonai, Yunosuke Ito, Shunji Kasuga, Toshiaki Itô, Hiroshi Hijikata, Tomio Aoki, Norikatsu Hanamura. |
| Uscita | martedì 2 aprile 2024 |
| Tag | Da vedere 1956 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| MYmonetro | 4,63 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
|
Ultimo aggiornamento martedì 2 aprile 2024
Un soldato giapponese, suonatore d'arpa, decide di restare in Birmania dopo la fine della guerra per dare sepoltura ai commilitoni. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato a Venezia, In Italia al Box Office L'arpa birmana ha incassato 21,8 mila euro .
|
ASSOLUTAMENTE SÌ
|
Alla fine della seconda guerra mondiale un plotone di soldati giapponesi, con un comandante appassionato di canto corale e un soldato, Mizushima, suonatore di arpa birmana, si deve arrendere alle forze inglesi. Mizushima accetta di andare a convincere alla resa un plotone di strenui resistenti. Non ottiene il risultato sperato e assiste a una carneficina di connazionali. Da quel momento, soccorso da un monaco, diventerà buddista e si dedicherà alla sepoltura dei compagni d'arme.
Kon Ichikawa realizza un capolavoro del cinema in cui il pacifismo assume connotati lirici e spirituali.
Quando L'arpa birmana giunse alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1956 il cinema giapponese non era molto conosciuto in Europa e i registi che erano noti rispondevano ai nomi di Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi. Per di più in quell'anno, per contrasti all'interno della giuria, presieduta da Luchino Visconti, non venne assegnato il Leone d'Oro con la motivazione che nessuno dei film in concorso si era manifestato come "un'opera di ispirazione nuova e di qualità estetiche tali da imporsi senza possibilità di discussione". Ichikawa ricevette il Premio San Giorgio e, candidato all'Oscar come miglior film straniero, si vedrà successivamente battere da La strada di Federico Fellini.
A partire da un romanzo omonimo di Michio Takeyama (molto noto in Giappone) e grazie alla sceneggiatura della moglie Natto Wada (con cui collaborerà fino al 1965) Ichikawa realizza il suo capolavoro a dieci anni dalla fine del conflitto senza mai citare le atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Immerge sin dall'inizio, nel rosso della terra birmana, il suo film in bianco e nero mettendo al centro il canto e la musica come elementi sonori fondamentali per esprimere la pietas che è necessaria per avvicinarsi agli esseri umani coinvolti nel massacro bellico. Il plotone di cui Mizushima fa parte è dotato di una forte solidarietà di corpo che si presenta però in forte contrasto con la solidarietà dettata da un sedicente patriottismo di altri soldati che non vogliono sentire ragione e preferiscono morire piuttosto che arrendersi agli inglesi. In un film in cui gli americani (responsabili dello sgancio delle atomiche) non compaiono mai, il nemico non viene rappresentato come crudele e la nonna birmana è tratteggiata come un carattere carico di bonomia e di empatia nei confronti dei militari nipponici prigionieri.
La presenza del buddismo e la conversione di Mizushima non hanno alcuna sfumatura di propaganda o di proselitismo. Sono funzionali all'espressione di una profonda empatia che il protagonista sente di provare nei confronti di corpi che non possono tornare in patria e, al contempo, neppure è loro consentito di trovare delle degne esequie. Ecco allora che è lui a sentirsi in dovere di procurargliele superando così l'orrore della guerra. Ichikawa alterna primissimi piani intimi a immagini in cui è il paesaggio a parlare. Come nella sequenza iniziale in cui per presentare lo scontro non è necessario mettere in scena chissà quali effetti.
È sufficiente fare una panoramica dall'alto sul terreno e inserire i suoni di ordigni che esplodono nel fragore di un combattimento che non è essenziale vedere. Ci ha già pensato e ci penserà il cinema cosiddetto 'bellico'. Qui, in attesa di visualizzare i colpi prodotti da una resistenza irrazionale, è sufficiente la voce del narratore ad immergerci in una condizione dell'esistere che purtroppo l'uomo non aveva e non ha smesso di reiterare.
Un soldato giapponese, Mizushima, rimane sconvolto dagli orrori della guerra in Birmania. Dopo aver assistito al massacro di alcuni fanatici che hanno rifiutato di arrendersi, s'imbatte in montagne di cadaveri, tutti di commilitoni morti inutilmente (la guerra ormai è perduta per il Giappone). Allora, invece di seguire i compagni del battaglione in campo di concentramento, scappa, si fa bonzo e rimane in Birmania, prendendosi come scopo della vita le onoranze funebri di tutti i compagni caduti. Il film di Ichikawa stempera le visioni degli orrori della guerra in una sorta di contemplazione assorta e ieratica. È forse il film più pacifista sul conflitto mondiale degli ultimi quarant'anni, venato di una tristezza infinita che accomuna cristianamente amici e nemici.
Birmania, 1945. Un soldato ed arpista giapponese, al termine della guerra, salvatosi per miracolo, decide di non ritornare in Giappone e, dopo aver vestito i panni di monaco buddhista, di girare per il paese in cui ha combattuto per dare sepoltura alle migliaia di vittime che ne sono rimaste prive. I compagni, fatti prigionieri dagli Inglesi, sono convinti che egli sia morto in ricognizione, [...] Vai alla recensione »
Seppellire i morti è una delle sette opere di misericordia. Ed è il modo più sensato di rispondere alla follia della guerra. Non ci sono parole adeguate per descrivere l'orrore, rimangono la musica e il canto. Siamo in Birmania nel 1945, ormai la guerra è finita e il soldato Mizushima (Shoji Yasui), dopo avere fallito nella missione di convincere i suoi compagni giapponesi ad arrendersi agli inglesi, [...] Vai alla recensione »