| Titolo internazionale | A small southern enterprise |
| Anno | 2012 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 103 minuti |
| Regia di | Rocco Papaleo |
| Attori | Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Rocco Papaleo, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza Giovanni Esposito, Giampiero Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli, Susy Del Giudice, Francesca Mascia, Simone Contu, Alessandra Leo, Daniela Musiu, Valentina Sulas, Gianfranco Toce. |
| Uscita | giovedì 17 ottobre 2013 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| MYmonetro | 2,62 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 25 ottobre 2013
Dopo essersi spretato, Don Costantino torna nel suo paese Natale, dove si rifugia in un vecchio faro che diventa presto un refugium peccatorum. Il film ha ottenuto 1 candidatura ai Nastri d'Argento, 1 candidatura a David di Donatello, In Italia al Box Office Una piccola impresa meridionale ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 3,6 milioni di euro e 1,2 milioni di euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO NÌ
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Don Costantino è stato un prete e ora non lo è più. Si è innamorato, si è spretato e poi è stato mollato. Con le pive nel sacco se ne torna al paese natale, giù a Sud. Reo confesso, trova nella madre un faro! Non una persona saggia che lo guida nella buia notte in cui si è cacciato, ma un faro vero e proprio, esilio coatto per evitare un altro scandalo famigliare dopo quello procurato dalla sorella, scappata con un amante. Il prete nel faro cerca di raccogliere i pezzi, quelli metaforici della sua anima e quelli reali che cadono dal soffitto della proprietà di famiglia da tempo abbandonata. Pensandosi solo in quei domiciliari, scopre di attrarre altri "volontari", come il cognato cornuto con velleità di pianista raffinato, la sorella slovacca della giovane domestica della madre (una ex prostituta), la ditta di ristrutturazione chiamata a saldare il tetto (una ex compagnia di circensi), come la sorella rediviva. Un'accolita improbabile di "ex", personaggi in cerca di nuova collocazione ai quali si aggiungeranno pian piano altri come fossero gli elementi di un banda musicale in formazione, un po' scombiccherata, ma animata da passione ed entusiasmo.
La musica è sempre stata importante per Rocco Papaleo, forse la cosa più importante. Il "gesto musicale" lo ha sempre accompagnato nelle diverse espressioni della sua arte e mestiere, quando comico e cabarettista, quando attore e caratterista per il cinema e il teatro, quando musicista del suo "teatro canzone" e infine quando regista. Il suo stesso raccontare è musicale.
Questa dimensione lavora a diversi livelli anche nel suo secondo film, talvolta in maniera esplicita, tal altra in maniera profonda. Sin dalla prima inquadratura si è immersi nel mood di una narrazione musicale, come fossimo alla presenza di un "cinema canzone", laddove il personaggio, una sorta di crooner disincantato, canta il suo destino e la sua maledizione, non senza ironia e leggerezza. La "voce-off" di Don Costantino ci porta nei suoi mari remoti, come fosse un cunta storie tra oralità e messa in scena.
Bene, è con questa guida musicale che Papaleo, insieme allo sceneggiatore Valter Lupo, ha scritto e poi interpretato Una piccola impresa meridionale, componendo il quadro con variazioni progressive di temi aggiuntivi, personaggi che si uniscono all'impresa, ognuno con una sua voce e melodia. È così che in maniera più sotterranea gli elementi vanno a congiungersi in un Bolero sudista un po' squinternato che trova e perde i pezzi ad ogni voltar di pagina.
Rispetto a Basilicata coast to coast, film erratico e scomposto, road movie musicale ed esistenziale, canzone scanzonata orecchiabile ma non ripetitiva, Una piccola impresa meridionale ha un'intenzionalità più dichiarata, una partitura dalla scrittura più evidente, anche se tradita da cedimenti improvvisi di fughe e assoli. Immobile il film ondeggia, come lo sfondo marino dietro il suo faro statuario. Mobile è l'intenzione narrativa, rigida è la sua messa in scena. Statica è l'ambientazione (tutto si svolge dentro e fuori dal faro), dinamica è l'entrata dei personaggi che si agitano intorno a quel simbolo dell'isolamento e della solitudine come per esorcizzarne il mandato. Papaleo è un cantastorie ondivago, ti prende per mano e poi ti lascia, ti guida e poi ti abbandona, suona una partitura e poi si perde nella sua variazione, e questo movimento alterno un po' ci piace e un po' ci delude.
La prima volta non si scorda ma la seconda la si vuole subito dimenticare pensando già alla terza, che non sia la stessa delusione. Questo movimento spesso si estende dalla vita anche al cinema. Eppure c'è della pigrizia, anche critica, in questo andantino e bisognerebbe vedere i film nella loro unicità come fossero sempre numeri primi. Non solo i critici sono vittime di questa cabala numerica, anche i registi a volte subiscono identica pressione chi cercando di replicarsi nella stessa modalità, chi provando a cambiare posizione. Dei due atteggiamenti, il primo è sempre a perdere, il secondo può risultare vincente anche quando l'acrobazia è troppo ardita.
Rocco Papaleo ha esordito con un piccolo film, Basilicata coast tu coast, libero, sorprendente e diseguale, un on the road musicale, arioso e ben in equilibrio tra intenzione narrativa e improvvisazione scenica. Nel tentativo di edificare una diversa opera cinematografia, Una piccola impresa meridionale all'opposto è progettuale sin dal titolo. Se l'esordio era erratico e apparentemente casuale, il «seguito» è statico ed intenzionale. Ed è così che il «coast to coast» si è fermato su una scogliéra dove campeggia un faro decadente in attesa di ristrutturazione. La metafora edile accompagna il film anche oltre la sua sinossi che così possiamo sintetizzare: un prete meridionale da poco spretato viene esiliato dalla madre bacchettona in un faro abbandonato di proprietà della famiglia; come una calamita, il prete e il faro attirano sventurati di vario calibro e tipologia, accumunati dall'aver dismesso la loro attività principale (ex mariti, ex prostitute, ex circensi)... una piccola comunità stralunata in attesa di stabilizzazione.
Rocco Papaleo, coadiuvato alla scrittura da Valter Lupo, cerca con questo film una maggiore solidità, disegnando così una piccola parabola sudista capace a tratti di volare alto e «sposare» le tematiche dell'amore e dei diritti degli omosessuali. Come quella di Basilicata, anche questa impresa è un'armata brancaleone sui generis, qui più composta e prevedibile, come se in loro l'intenzione prevalesse sull'improvvisazione. Bellissima la colonna jazz di Rita Marcotulli.
Da L'Unità, 17 ottobre 2013
Gli americani avrebbero strombazzato come novità assoluta la denuncia dell'ipocrisia sull'omosessualità femminile, sulle rinunce al sacerdozio, sulle famiglie superallargate. Rocco Papaleo ha trasformato in un capolavoro piccolo piccolo ogni passaggio di un film che ha reso leggero conservando alto il peso specifico. Tutto scontato, nulla prevedibile.
Nel 2010, Basilicata coast to coast salutò il positivo debutto di Rocco Papaleo come autore e regista cinematografico. Un'opera coraggiosa, con qualche vizio di forma, che si distaccava dall'asfittico panorama italiano del grande schermo. A distanza di tre anni, e con il peso da affrontare dell'esame di un'opera seconda, che tanti presunti talenti ha fatto naufragare, Papaleo si ripresenta nelle sale [...] Vai alla recensione »