| Titolo originale | Hwal |
| Anno | 2005 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Corea del sud |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Kim Ki-Duk |
| Attori | Min-jung Seo, Jeon Sung-hwan, Han Yeo-reum, Seo Ji-seok, Jeon Gook-hwan, Kim Il-tae . |
| Uscita | venerdì 28 ottobre 2005 |
| MYmonetro | 3,10 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 9 settembre 2014
L'incesto e la pedofilia sublimati nella poesia e nella bellezza del paesaggio nel nuovo film di Kim Ki-duk, interamente girato in mare aperto. In Italia al Box Office L'arco ha incassato nelle prime 11 settimane di programmazione 116 mila euro e 14,4 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Il cinema di Kim Ki-duk è un coacervo di topoi ricorrenti, fortemente caratterizzato ma costantemente a rischio di manierismo o di stasi eccessiva sui medesimi temi. Talora sembra quasi che il regista giochi con lo spettatore, sviandolo con elementi accessori per poi riportarlo nel suo regno, costellato di ossessioni onnipresenti. Quelle che da Crocodile in avanti tormentano i sogni e le visioni di Kim: un eroe o un bruto o entrambi, taciturno e iracondo, che prova per una ragazza, una donna o forse La donna, un amore insano, possessivo, violento e inaccettabile per la società, ma che è anche capace di tenerezze imprevedibili.
Con l'acqua come tessuto connettivo delle diverse storie, liquido amniotico da cui (ri)nascere e simbolo di una sessualità che segue leggi feroci e imperscrutabili. Le accuse di misoginia e di astuto compiacimento non sono mai mancate, almeno fino all'accettazione universale del talento di Kim, coincisa con il successo di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera e di Ferro 3.
Una visione più sfumata e incline al simbolismo, in odore di estasi mistica, che rende l'esperienza fruibile a più livelli senza che risulti meno disturbante. Una tendenza che prosegue intensificandosi con L'arco, a metà tra parabola morale e allegorica rappresentazione: una storia che se da un lato si presta allo scandaloso punto di vista di un vecchio che rapisce una bambina per sposarla una volta cresciuta, dall'altro si apre a molteplici interpretazioni sul karma e sul ciclo della vita.
Un'effigie del Budda e un simbolo di yin e yang che richiama visibilmente la bandiera sudcoreana fanno da bersaglio per le frecce dell'anziano protagonista, in un misto di rituale profetico e sfogo rabbioso. Difficile dire se l'ermetismo dei simboli rappresenti una scelta di stile o un astuto mezzo per suggerire e lasciare lo spettatore estasiato a interrogarsi sul loro significato, ma è tutto il linguaggio del Kim Ki-duk maturo a nutrirsi di queste ambiguità. E a svestire la messa in scena, appiattendo volutamente lo stile da lussureggiante che era, conducendo verso la claustrofobia di un kammerspiel interamente giocato su una barca-mondo, legata intimamente al destino dei protagonisti.
Una mutazione comunque interessante del discorso autoriale di Kim, una svolta sempre più dominata dall'occhio voyeuristico del regista - la ragazza come reificazione di un desiderio lascivo, sottolineato dal rosso della bocca carnosa - in cui affiorano crepe sensazionalistiche che in seguito diventeranno preponderanti.
La scoperta della vita e' la risposta esatto al film " L'arco" di Kim Ki-Duk. Film con spazi claustrofobici, dialoghi ridotti all'essenziale, trama lenta con un pizzico di noiosita' ma sicuramente assurda. La storia di un vecchio e di una giovane ragazza che vivono in una barca da quando lei aveva sei anni. Il vecchio attende il compimento dei suoi diciasette [...] Vai alla recensione »
Un anziano e una giovinetta che vive con lui sulla sua vecchia barca, da quando piccola trovatella la prese con sé. I due campano affittando il battello per escursioni di pesca a clienti che l’uomo ogni volta va a prelevare e riporta sulla terraferma con un natante a motore, mentre la ragazza non abbandona mai la nave e non conosce nulla al di fuori di quel microcosmo.