Il direttore della rassegna online - disponibile gratuitamente su arte.tv fino al 31 dicembre - ci racconta quali film non perdere quest’anno e quelli a cui è più affezionato delle edizioni passate.
di Tommaso Tocci
La fine del 2025 segna il consueto arrivo di Artekino Festival, la rassegna online promossa da Arte che propone il meglio del cinema europeo direttamente al pubblico in modo digitale, aperto e gratuito. Quest’anno l’evento ha il sapore di una pietra miliare, visto che si raggiunge il decennale di vita. Ne abbiamo parlato con il direttore, il sempre acuto e sofisticato ex-critico Olivier Père, che in quest’intervista ci racconta quali film attendere dalla nuova edizione nonché quelli a cui è più affezionato che sono passati da Artekino nel corso degli anni.
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Olivier, è tempo di bilanci. Quella del 2025 sarà la decima edizione di Artekino Festival, un evento nato sotto la sua direzione di Arte, dove era arrivato nel 2012. Come era venuta l’idea di lanciare un progetto del genere?
Per preparare la prima edizione, che si è svolta nell’ottobre 2016, abbiamo avuto solo pochi mesi, ed era qualcosa di inedito per Arte: una selezione di film disponibili gratuitamente, esclusivamente in formato digitale e in tutta Europa. Volevamo che fossero il meglio della creazione cinematografica contemporanea del continente, accessibili a un pubblico che non aveva la possibilità di scoprirli in sala o nei festival tradizionali.
Sorvolo sugli ostacoli e le difficoltà che abbiamo dovuto superare nelle prime edizioni, ma in breve tempo siamo riusciti a trovare la forma e il funzionamento migliori per l’evento. Da allora vediamo un successo crescente, con diversi milioni di visualizzazioni su Arte.tv e YouTube.
Per un pubblico che si avvicina per la prima volta all’evento, qual è il tipo di cinema europeo che si può essere sicuri di trovare nel programma anno dopo anno? Quali sono state le costanti?
I criteri di selezione sono semplici e non sono cambiati molto dalla prima edizione, anche se sono state apportate alcune modifiche: i film devono essere inediti nelle sale in Francia e in Germania, per non entrare in conflitto con una loro eventuale distribuzione commerciale. Si tratta principalmente di film di finzione o documentari individuati nei grandi festival internazionali e realizzati da cineasti esordienti o emergenti. Da diversi anni rispettiamo la parità di genere tra registe e registi al momento della selezione. Prestiamo inoltre attenzione a una distribuzione geografica equilibrata tra i diversi territori europei. Cerchiamo film capaci di emozionarci e sorprenderci, che ci sembrino pertinenti nel loro approccio a temi personali ma anche culturalmente legati al nostro tempo e a questioni sociali, politiche o storiche, spesso con scritture ibride.
Ci può svelare un paio di titoli mostrati negli anni a cui è più legato e di cui è più orgoglioso?
Il primo anno fu particolare, perché avevamo scelto dei film già in distribuzione in Francia come una sorta di anteprima digitale; oggi non lo facciamo più e il processo è diventato più rigoroso, ma all’epoca riuscimmo a includere film bellissimi scoperti a Cannes o a Locarno, come La mort de Louis XIV di Albert Serra, Bella e perduta di Pietro Marcello o The Girl Without Hands di Sébastien Laudenbach.
Tra i film delle edizioni successive che amo particolarmente, ci sono ad esempio Scarred Hearts di Radu Jude (Romania, 2017), The Last Family di Jan P. Matuszy?ski (Polonia, 2017) e Cat in the Wall di Vesela Kazakova e Mina Mileva (Regno Unito, Bulgaria, 2020).
Tra i film selezionati quest’anno, apprezzo molto il saggio documentario dedicato al cineasta Jacques Nolot, con la sua intensa e preziosa partecipazione: Je suis déjà mort trois fois di Maxence Vassilyevitch.