In concorso a Venezia e vincitore di 3 premi EFA, il film di Nikolaj Arcel racconta la storia vera del capitano Ludvig von Kahlen e del suo sogno: coltivare la brughiera danese e ottenere l'agognato titolo nobiliare. GUARDA ORA »
di Alberto Libera
Lontano dalle ricostruzioni posticce e dai cromatismi soffocati di tanti drammi storici coevi, La terra promessa di Nikolaj Arcel si muove con passo solenne e spirito tragico tra i paesaggi gelidi dello Jutland e i tormenti dell’animo umano.
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Interpretato da un Mads Mikkelsen in stato di grazia, il film si nutre di una tensione costante tra ordine e caos, tra volontà civilizzatrice e ritorno all’arcaico, restituendo magistralmente le contraddizioni di un’epoca in cui l’ambizione individuale si scontrava con i limiti imposti da natura, classe e superstizione.
Siamo nel 1775. Ludvig Kahlen, ex ufficiale caduto in disgrazia, ottiene dal re il permesso di reclamare e bonificare un lembo di brughiera desolata. È un progetto titanico, che nasconde un desiderio altrettanto smisurato: riscattare le proprie origini illegittime, elevarsi socialmente e imprimere un ordine laddove regna l’abbandono.
Ma è proprio questa tensione prometeica a rivelarsi decisamente ambigua, perché, mentre cerca di dominare la terra, Kahlen finisce col riprodurre, talvolta inconsapevolmente, gli stessi meccanismi di esclusione e sopraffazione che lo avevano emarginato.
A ostacolarlo c’è Frederik De Schinkel, un aristocratico locale crudele come il tiranno di una tragedia elisabettiana. Per De Schinkel, Kahlen è un usurpatore, un intruso che osa mettere in discussione il diritto divino al possesso.
Il suo odio si acuisce quando Edel, nobile promessa sposa del magistrato, s’innamora del protagonista, suggellando il passaggio simbolico di un’epoca. Nel frattempo, intorno a Kahlen nasce, quasi per accidente, una comunità: fuggiaschi, servi, una bambina nomade, una donna resistente.
Il film, che pure si sviluppa come un melodramma avventuroso, mostra come ogni tentativo di fondare un ordine nuovo debba fare i conti con l’eredità del sangue, della violenza, della paura. L’idillio rurale viene infranto da una brutale rappresaglia e Kahlen stesso cade nel baratro della disumanizzazione: nel nome del proprio sogno, allontana gli ultimi che lo avevano accolto come padre o compagno.
Col passare dei minuti, La terra promessa si spoglia di ogni paramento eroicizzante e mostra l’amara contropartita richiesta da ogni conquista. Più che un elogio della tenacia, è una meditazione sull’ambiguità del progresso.
Il mito illuminista della ragione che doma la natura viene scomposto pezzo dopo pezzo, mostrando come ogni tentativo di dominare il caos rischi di diventare esso stesso un peculiare slancio verso il disordine. Il film, inoltre, dialoga idealmente con Royal Affair, precedente lavoro di Arcel: se lì la sconfitta della ragione avveniva per mano di un potere cieco, qui è la ragione stessa che si scopre fragile e inadeguata.
La splendida fotografia di Rasmus Videbæk rafforza questa dialettica: da una parte la brughiera, muta e ostile; dall’altra i palazzi nobiliari opprimenti e soffocanti. In mezzo, un uomo che non appartiene a nessuno dei due mondi, e che per questo resta irriducibilmente solo.
Presentato in concorso a Venezia, il film orchestra così un racconto che è insieme epopea ed elegia crepuscolare diventa allo stesso tempo una riflessione sul nostro presente, attraversato dal sogno — continuamente rinnovato e puntualmente disilluso — di approdare a una terra promessa che non lasci indietro nessuno.