Un incontro con uno dei protagonisti di The Walking Dead, aspettando il finale stagione in onda su FOX.
di Claudia Catalli
"Le serie tv? Preferisco il cinema". Fa strano sentir parlare in questo modo un attore che ha sempre vissuto di set televisivi, da The Wire a Homeland, da Law & Order a CSI, fino al leggendario I Robinson. Eppure Seth Gilliam, per tutti ormai Father Gabriel Stokes di The Walking Dead, ha un'idea tutta sua del rapporto tra cinema e serie tv Su una cosa è certo:
Su una cosa è certo: "Non voglio spoilerarvi nulla del gran finale della nona stagione di The Walking Dead ma aspettatevi qualcosa di totalmente diverso da quello che avete visto finora".
Com'è stato indossare i panni di Father Gabriel Stokes per tutti questi anni? Una sfida. Si tratta di un personaggio molto complesso, non so ancora cosa abbia in comune con lui, sicuramente non sono la prima persona che si getta nella mischia. E credo in Dio, a modo mio. Quali sono gli ingredienti del successo di una serie come The Walking Dead? Un po' di magia, polvere di stelle e tanta immedesimazione da parte del pubblico verso i vari personaggi, scritti e interpretati in modo incredibile. Abbiamo cresciuto generazioni di spettatori, ancora oggi i bambini amano travestirsi e indossare i nostri costumi. Cosa le ha lasciato quest'esperienza, in termini non solo lavorativi? Mi ha reso più tranquillo, insegnato a prendermi il mio tempo nel caos e nella frenesia New York. È vero che non è un grande fan delle serie tv? No, non ho tempo per vedere qualcosa ogni giorno o anche solo ogni settimana. Magari me le recupero tutte insieme tramite i cofanetti DVD. In tv mi piace guardare Bar da Incubo e Cacciatori di fantasmi, sono molto divertenti.
Eppure ha attraversato tantissime serie tv nella sua carriera. Qual è la prossima sfida che si prefigge? Vorrei far ridere la gente, dedicarmi alla commedia. The Walking Dead mi ha assorbito troppo a livello psicologico e emotivo. Com'era tornare a casa dopo le riprese? Non facile, mi ci voleva un po'. Anche per guardare in faccia mio figlio che ha 30 anni, e non è minimamente interessato al mio lavoro. (ride, ndr). Quando era un ragazzo lei, da chi si lasciava ispirare? Robert de Niro e Al Pacino, su tutti. Erano gli anni 70, ero un ragazzino, loro invece erano già miti. Mi hanno insegnato che si può diventare grandi partendo da zero, credendoci fino in fondo. Quando ha sentito per la prima volta che avrebbe potuto diventare un attore? Ero solo un bambino, avrò avuto 8 anni, nella mia famiglia super numerosa ero quello che faceva lo spettacolino e tutti mi stavano a sentire. Lì capii di avere una certa propensione per intrattenere le persone. Il consiglio che darebbe a un ragazzo desideroso di diventare attore? Se ci credi tu, ci crederà anche il pubblico. È solo la storia che conta, non la tua vanità. Torniamo alle serie tv: mi ha detto di preferire il cinema, posso chiederle perché? Sono un attore e uno spettatore vecchio stile: per me l'emozione del grande schermo resta ineguagliabile.