Cineasta ultracentenario, dai molti talenti e dalla carriera interminabile.
di Mauro Gervasini
C'è questo giovane cineasta portoghese, Manoel Cândido Pinto de Oliveira, 106 anni, oppure 104, le fonti sono discordanti. Dal 26 giugno nelle sale Gebo e l'ombra, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia 2012, suo ultimo film ma niente paura, ne sta già realizzando un altro, intitolato A Igreja do Diabo, "la chiesa del diavolo". La sua prima regia nel 1931, un cortometraggio a carattere sociale, ma per tutto il periodo successivo alla guerra mondiale (la prima, naturalmente) è in Portogallo un attore destinato a un futuro luminoso, protagonista del primo film sonoro lusitano, A Canção de Lisboa (1928). I fascisti di Salazar lo conoscono come un pericoloso sovversivo e lo costringono a cambiare aria. De Oliveira è però uomo dai molti talenti. Diventa pilota professionista e partecipa al Grands Prix automobiles (antenato della Formula 1) del 1937 vincendo a Estoril (notare che un mese prima, a Milano, era stato battuto da un certo Tazio Nuvolari). Ma il cinema è la vera passione. Negli anni 40 si trasferisce in Germania per lavorare nei laboratori dell'AGFA facendo ricerche su pellicola e luce. Studi preziosi per il suo primo lungometraggio, Aniki Bóbó, 1942.
Sono passati oltre 70 anni da allora, ed è impossibile tenere conto di una carriera interminabile, letteralmente. Certo ci sono delle costanti. Il rapporto con la città natale di Porto, ad esempio, che molto più di Lisbona e Parigi rappresenta una sorta di ideale punto di osservazione per le sue storie, da quelle neorealistiche degli esordi a oggi. Poi lo studio sull'immagine, la sua capacità di intersecare suggestioni artistiche e poetiche diverse dal cinema ma elaborabili dalla macchina da presa. Così si spiega, ad esempio, la dialettica di de Oliveira con la pittura e la letteratura, la prima evocata da una fotografia che si è fatta via via più figurativa, e la seconda da sceneggiature che degli originali letterari sanno cogliere l'essenza. O meglio, il rappresentabile. Uno dei suoi capolavori è La divina commedia (1991) che di dantesco ha il titolo ma mette in scena gli internati di un manicomio convinti di essere Gesù, Lazzaro o i fratelli Karamazov. Parlano come Nietzsche ascoltando Beethoven e Chopin. Una follia non apparente, quindi, ma clinicamente accertata, che porta a una riflessione sul rapporto con il sacro, sulla finitezza degli uomini e forse, per contro, sull'eternità dell'arte nella sua continua riproducibilità. Un "mistero buffo" (come dice Morando Morandini) ricco di intuizioni e profondità.
Il primo lavoro che partendo da Porto si concentra sulla rappresentazione pittorica al cinema è Il pittore e la città (1956), ispirato ad Antonio Cruz e ai suoi acquerelli. Ma anche Gebo e l'ombra è una sintesi di questa complessità di sguardo. Da una parte la straordinaria fotografia di Renato Berta capace di cogliere di ogni inquadratura il suo aspetto inane, come si trattasse di nature morte in sequenza (ma ci sono anche stupefacenti squarci di espressionismo). Dall'altra la riscrittura del testo, questa volta tratto da una pièce teatrale omonima di Raul Brandão. Un uomo e una donna anziani. Lui, Gebo, interpretato da Michael Lonsdale, continua la sua attività di contabile nonostante la stanchezza. La moglie Doroteia (Claudia Cardinale) aspetta il ritorno del figlio Joao; il quale, contravvenendo Beckett, torna davvero con il suo vissuto di mistero e malaffare. In questo mondo minuto quella del denaro è una minacciosa malia, e De Oliveira, con l'arte che gli è propria, la descrive in una allegoria senza tempo e senza scampo.