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domenica 13 ottobre 2013 - News

Busan 2013 trionfano Pascha e Remote Control

Assegnati i premi della giuria, mentre Tarantino elegge il suo "film dell'anno".
di Emanuele Sacchi

Un momento della cerimonia di premiazione del Busan International Film Festival.
domenica 13 ottobre 2013 - News

I verdetti del Busan Film Festival sono stati annunciati e con malcelato orgoglio possiamo dire di averne predetto l'andamento. I rumours erano consistenti attorno a Pascha e anche la giuria della 18.ma edizione del BIFF - presieduta dalla regista iraniana Rakhshan Banietemad e composta dal regista Aoyama Shinji, dal direttore della Semaine de la Critique di Cannes Charles Tesson e dal critico di Variety Scott Foundas - si è trovata d'accordo nell'assegnargli il premio di Miglior Film della sezione competitiva "New Currents", ex aequo con Remote Control di Byamba Sakhya, co-produzione tra Mongolia e Germania, che ha certamente rappresentato la sorpresa del festival. Del film di Sakhya ancora non avevamo parlato, ma Remote Control, oltre a rappresentare la prima volta di un film mongolo in competizione, ha dalla sua una levità di narrazione che riesce a veicolare la denuncia sociale nel contesto di un intreccio avvincente e incline all'ironia. La storia di Tsogoo e della sua invidia per le vite dei benestanti, incarnata da un telecomando-feticcio, da un lato mostra la disparità sociale della nuova Mongolia e dall'altro introduce a una sottotrama che richiama quella dell'altro vincitore Pascha, con l'innamoramento di Tsogoo per la più matura Anya. Del film di Ahn Seonkyoung, invece, si è già detto, ma val la pena di tornare sui temi che lo rendono oggetto di discussione da diversi giorni: il tema del toy boy e dell'inversione dello stereotipo che vuole accettabile l'infatuazione di un anziano per una lolita e inaccettabile il suo contrario è indubbiamente ricorrente (come dimostra anche la commedia francese 20 anni di meno), ma la diversità di Pascha sta nel tono tragico e fatalista della narrazione, teso a sottolineare l'ipocrisia della società sudcoreana, ancorata a valori vetero-conservatori sotto un'apparenza improntata alla modernità.
In aggiunta ai due premi, una menzione speciale è andata a Transit di Hannah Espia, e anche qui avevamo visto giusto, segnalandolo come uno dei favoriti. Già indicato dalle Filippine come il film che rappresenterà la nazione nella corsa all'Oscar come Miglior Film in Lingua Straniera, Transit affronta un altro dei temi-cardine di quest'edizione del Busan Film Festival: quello dell'immigrazione, nella fattispecie di lavoratori filippini in Israele, combattuti tra volontà di integrazione e impossibilità di riscatto sociale.
Il premio della sezione "Flash Forward" si è trasformato quest'anno in premio del pubblico e non è più assegnato da una giuria: vincitore del neonato Busan Bank Award è Home di Maximilian Hult (Svezia), mentre l'altro premio del pubblico (KNN Movie Award) e il premio FIPRESCI dei critici stranieri sono andati nella stessa direzione, assegnando una preferenza a 10 Minutes di Lee Yong-seung, dramma su mobbing e stage nel mondo delle multinazionali sudcoreane. Si chiude un'edizione che ha visto 218000 ingressi, numero lievemente inferiore rispetto all'anno scorso ma comunque ragguardevole, una retrospettiva record di ben 71 titoli sul maestro Im Kwon-taek e l'apparizione a sorpresa di Quentin Tarantino che, non contento di aver animato il dibattito con Bong Joon-ho, ha lasciato il segno anche in sala, esclamando dopo la proiezione dell'israeliano Big Bad Wolves di aver assistito al "miglior film dell'anno". I registi Aharon Keshales e Navot Papushado, balzati improvvisamente agli onori di cronaca, tweet e curiosità di ogni genere, probabilmente ora sorridono anche più dei vincitori dei premi ufficiali.

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