Uno tra i pochi autentici alfieri europei del genere horror.
di Mauro Gervasini
Venghino signori alla fiera degli orrori, all'incanto delle fobiche ricorrenze, alla sagra dei misteri: maestro di cerimonia il catalano Jaume Balagueró (Lleida, 2 novembre 1968) tra i pochi autentici alfieri europei del genere horror. Dal 27 luglio nelle sale il suo nuovo film, Bed Time, assurda titolazione italiana in inglese del ben più inquietante Mientras duermes originale. Non occorre perdersi in troppe parole per descrivere il nucleo tematico del regista, il suo scavo profondissimo nelle paure archetipiche e psicologiche dei personaggi: basta vedere Bed Time. Che racconta la persecuzione di una ragazza solare, Clara (Marta Etura), ad opera dell'apparentemente dimesso e anonimo portiere. Il quale, incapace di vivere serenamente, cerca la disperazione degli altri e si accanisce sulla fanciulla perché troppo bella, contenta e gentile. A interpretare l'aguzzino Luis Tosar, il diavolo probabilmente. Lanciato a livello internazionale dal ruolo di Malamadre in Cella 211 (2009), Tosar è anche il cattivo di Miami Vice di Michael Mann (2007), e già qui, circondato da un'aura magnetica di potere e terrore sconfinati, inquieta come pochi altri villain dello schermo. Mann, ironicamente, gli dà un nome paradossale ma significativo: Jesus. In Bed Time Tosar si muove implacabile covando una rabbia cieca e senza Dio, appunto, perché la sua è la materia del diavolo.
Sin dall'esordio di Nameless – Entità nascosta (2001), e tralasciando gli ottimi cortometraggi precedenti, Jaume Balagueró indaga sui luoghi dell'angoscia, quasi sempre domestici e apparentemente sicuri. Anche in Bed Time sono un bel palazzo, un bell'appartamento, una bella camera da letto gli epicentri del macabro. La paura è negli anfratti, anche se il vero senso del cinema del Nostro, mutuato da un secolo di horror su grande schermo, gioca su un assunto più semplice: la paura è dentro di noi. Non puoi fuggire neanche se scappi in Groenlandia in mezzo al nulla; però è vero che la paranoia affina le proprie armi in ambienti angusti e blindati, misteriosi come le stanze chiuse da botole e doppi fondi. L'intromissione nelle vite degli altri è un'intuizione che accompagna anche il titolo migliore del regista catalano (diretto insieme a Paco Plaza), Rec – La paura in diretta (2007), con un sequel, [Rec]2 (2009), più scontato e trascurabile. La storia è quella di una troupe televisiva al seguito di una squadra di pompieri all'interno di un condominio che brulica di sanguinari infestati. Il meccanismo del racconto è quello del cosiddetto POV o point of view. Lo sguardo del pubblico coincide con la videocamera manovrata dal teleoperatore. L'horror contemporaneo ne abusa, ma Balagueró e Plaza ne fanno un uso sapiente perché la soggettiva del reality (dedicato nella finzione ai vigili del fuoco) è non solo rivelatrice ma parte stessa dell'orrore, per il cinismo che riversa tra le scale, i corridoi, gli androni dove i poveretti schiattano. Rec – La paura in diretta, nonostante un epilogo anticlericale pasticciato (ma il fantastico spagnolo ha da sempre conti in sospeso con la Chiesa) resta uno dei migliori horror del decennio. Purtroppo non sempre Balagueró ha saputo essere all'altezza del proprio talento, come dimostrano il sequel o certi film in trasferta tipo Fragile – A Ghost Story (2005), storia di fantasmi ambientata sull'Isola di Wight troppo derivativa per essere realmente affascinante.