Mario Capanna dà la sua opinione sulla pellicola di Placido.
di Marlen Vazzoler
Il grande sogno uscirà in Italia venerdì prossimo, l'11 settembre, in 450 copie ed è il primo progetto di collaborazione tra la Tao2 e la Medusa. La lavorazione del film è durata due anni tra scrittura, preparazione, e montaggio.
Lei ha ripreso la famosa scena di Valle Giulia, sulla quale ci fu l'intervento di Pasolini a favore dei poliziotti. In che modo lei ha vissuto e sentito quella situazione quando ha saputo della lettera di Pasolini?
Michele Placido: Io ho raccontato la mia storia, di Michele Placido, la storia di una ragazza che in qualche modo tiene alla memoria del signor Pasolini e il
personaggio di Argentero che in qualche modo appartiene alla memoria del
mio amico torinese. Quindi sono tre storie vere, certo ci possono essere
delle mancanze di carattere politico od ideologico ma la visione è di un
poliziotto, di un ragazzo che viene dal sud. Ed è proprio lì la chiave per
chi la vuole intendere. Pasolini scrive quella lettera su
quei ragazzi, io non sono d'accordo con Pasolini perché quei ragazzi sono
stati i miei primi insegnanti. Io volevo fare l'attore, venivo da un
paesino del sud, non eravamo così colti e preparati. Nella prima parte manganellavo i ragazzi, ma alla fine del '68 mi sono trovato
dall'altra parte all'accademia nazionale di arte drammatica e soprattutto
quei ragazzi mi hanno insegnato a vedere il mondo con occhi diversi. Da
allora è cominciato il mio percorso come attore e come uomo. La passione,
il partecipare a qualcosa non è una questione ideologica, ogni volta serve
a qualcosa, questo vuol significare il film, spero che ai ragazzi arrivi
qualcosa.
Il suo '68 è più una visione nostalgica legata al suo passato o con questo film voleva usare il suo passato come filtro per il presente?
Michele Placido: Io credo che stiamo ottenendo dei risultati prima ancora che esca il film
in sala. Da due giorni mi si chiede la proiezione del film: in molte
università italiane, nei circoli di estrema destra. Il film già prima che
esca nelle sale fa discutere i giovani, vedere il film fa venire i
battiti.
Il senso del film sta nella sequenza finale del tradimento?
Michele Placido: È più il senso delle esistenze che chiudono il percorso di quell'anno. Io
ho cercato di lavorare attraverso quella che è la mia esperienza teatrale. Non ci sono mai vittorie né sconfitte nei percorsi delle persone, sì io
realizzo il mio sogno però so che molti miei amici andranno in un'altra
direzione, il brigatismo e quello che verrà dopo, un presagio di un Italia
che verrà poi dilaniata negli anni a venire.
Ci può parlare del tuo rapporto con la politica?
Michele Placido: Non ce la faccio a stare sempre in mezzo alla politica, nel privato vorrei
fare molto per il paese in questo momento difficile, poi penso che posso
continuare a farlo soltanto con il mio lavoro. Non è facile schierarsi. Se
dovessi dedicare oggi il film, lo dedicherei al direttore dell'Avvenire.
La mia è una dichiarazione un po’ provocatoria, lo trovo una persona che
ha uno spirito del sessantotto.
Qual è la conclusione del film?
Michele Placido: Non è un film sulle brigate rosse, questo è una sorta di un mio diario,
una sorta di romanzo popolare, politico, anche se nel finale si adombra
qualcosa di chi conosce bene la storia d'Italia. In quegli anni non c'era
quella violenza ma vi era soprattutto quell'energia di fantasia, si
ballava anche, poi cominciò la violenza. Quando quella mattina si andò lì
nel piazzale delle Belle Arti, si cominciò a parlare, ad una sorta di
festa. I ragazzi andavano a comprare pomodori e uova da lanciare. La
reazione della polizia fu così violenta che da quel momento cambiò
l'atteggiamento degli studenti italiani nei confronti della polizia e
delle autorità. Ed è lì che la durezza comincia ad andare avanti.
Mario Capanna: io trovo il film di pulita trasparenza proprio
perché non è una pellicola ''politica'', e trovo di eccezionale efficacia la
doppia chiave interpretativa autobiografica. Perché c'è la
biografia di Michele, ed io ex poliziotto più amato nel mondo
naturalmente, e poi c'è la trasformazione di Laura (Jasmine), ed è una
doppia trasformazione che coinvolge la famiglia piccolo borghese, cattolica che va in crisi. Il
padre che poi si riconcilia con i figli perché si trova a sua volta in un
processo di trasformazione. Ribadisco ciò che Michele ha già accennato,
ribadisco che il '68 nel mondo non ha mai ucciso nessuno, pur subendo
numerose vittime all'interno del movimento, da Martin Luther King ai
braccianti di Avola da noi. E da noi, verrà ricordato il
12 dicembre il tragico quarantennale, la strage di Piazza Fontana.