Sentimental Value

   
   
   

Contrasti visivi ed emotivi in una luce nordica Valutazione 4 stelle su cinque

di gabriella


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martedì 3 febbraio 2026

 Ultimamente il cinema sembra ossessionato dalla figura di padri assenti, difficili, " Paternal leave" " Jay Kelly", o il recente " father mother, sister and brother", però c’è una cultura nel Nord Europa , forse legata al clima, alla solitudine, che favorisce una certa introspezione, l’ attenzione si concentra sulla parola, sullo sguardo, sul silenzio, dove il cinema rappresenta l’unico spazio in cui far esplodere il sottobosco emotivo che viene tenuto nascosto. I film di Joachin Trier, ricordate “La persona peggiore del mondo”? vibrano sempre di un’energia nervosa e malinconica di chi deve trovare il suo posto nel mondo, ma in “Sentimental value” affronta e accetta una verità più difficile, che noi siamo esattamente il risultato delle storie con relativi fallimenti di chi ci ha preceduto. Nora e Agnes sono due sorelle, si ritrovano nella casa in cui sono nate ( la casa , protagonista silenziosa), per il funerale della madre, al quale partecipa anche Gustav, il padre, dopo avere abbandonato la famiglia molti anni prima. Gustav è stato un famoso regista, assente dallo schermo da 15 anni e adesso riappare sulla scena con una sceneggiatura e vorrebbe affidare la parte principale alla figlia Nora ( strepitosa Renate Reinsve), famosa attrice di teatro, che però rifiuta. Quello che appare come un maldestro tentativo di riconciliazione, riapre invece il rapporto padre figli sull’ambiguità del perdono e la difficoltà di risanare legami spezzati da anni di egocentrismo. Ma se per Gustav l’offerta rappresenta l’unico modo per essere di nuovo padre, per Nora accettare il ruolo significherebbe permettere al padre di dirigerla, confondendo il confine professionale con il trauma privato, Padre e figlia sono entrambi artisti, ma mentre Nora è attrice di teatro, nonostante soffra di una forma paralizzante di ansia da palcoscenico ( potente la scena iniziale), luogo dove il rischio è vivo , presente, recitare per lei è una forma di sopravvivenza, il padre non ama il teatro, per lui l’arte è luce, ombre catturate in pellicola, ha bisogno di una distanza di sicurezza, il cinema non richiede una presenza immediata , dalla quale lui come marito e padre è sempre fuggito. L’arrivo di Rachel giovane promessa del cinema americano, ( Elle Fanning), sembra la sostituta perfetta, lei ammira Gustav come regista, ne ammira il genio senza conoscerne le colpe private, cerca il ruolo che la consacri come attrice, non possiede il risentimento di Nora, ma nemmeno le sue cicatrici, e capisce di trovarsi non su un set, ma su un territorio privato. Sarà Agnes, la sorella minore a convincere Nora ad accettare il ruolo, comprendendo che se non lo farà quel dolore rimarrà sempre tossico, l’unica via per la riconciliazione sarà attraverso l’arte. Agnes è quella che ha vissuto il dolore, il lutto in modo più umano e meno artistico e sente che è arrivato il momento di chiudere il cerchio, l’unico modo per congedarsi dalla madre e forse anche dal padre è il film di Gustav con Nora prtagonista, sceglie la strada della riconciliazione possibile, anziché il conflitto eterno, una fragile riconnessione, così finalmente quel vuoto diventa spazio vuoto da abitare. C’è una forma di accettazione che non è rinuncia, ma scelta consapevole di esistere nonostante. Il regista norvegese è un chirurgo dell’anima, riesce a farci sentire connessi ai personaggi attraverso la complessità e la vulnerabilità di essi, non ci sentiamo i soli di fronte al vuoto, ma accompagnati con quella lentezza che è il respiro della storia.


 


 

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