| Anno | 2026 |
| Genere | Animazione, Fantasy |
| Produzione | USA, Australia |
| Regia di | Phil Allora |
| Attori | Janeane Garofalo, Elisha Williams, Benjamin Plessala, Odessa A'zion, Lou Diamond Phillips . |
| MYmonetro | Valutazione: 1,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento martedì 28 aprile 2026
Lo spin-off animato della serie iconica Stranger Things.
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ASSOLUTAMENTE NO
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Gennaio 1985, tra la fine della seconda stagione di Stranger Things e l'inizio della terza. Eleven ha chiuso il portale verso il Sottosopra; i ragazzi cercano una normalità che Hawkins non sa offrire. Un agente in tuta anticontaminazione abbatte una creatura sconosciuta, liberando spore nell'aria: una nuova minaccia si diffonde silenziosamente. Dustin fonda l'Hawkins Investigators Club e il gruppo torna a investigare mostri, con una new entry, Nikki Baxter, ad affiancarlo. Dieci episodi animati da circa venticinque minuti per raccontare un'avventura che si svolge in uno spazio temporale già mappato.
Il problema non è che Tales from '85 sia animata. Il problema è che è animata così. Flying Bark Productions opta per una computer grafica moderna, geometrica, dai volumi arrotondati - una scelta che richiama certi blockbuster animati del presente più che l'animazione del decennio rievocato.
C'è qualcosa di sintomatico in questa scelta: una serie intitolata Tales from '85 che nell'estetica non ha il coraggio di essere davvero del 1985. Le ambientazioni di Hawkins sono ricostruite con cura, dal Palace Arcade alla casa degli Wheeler, ai costumi ripresi dalla seconda stagione, ma questa fedeltà al dettaglio funziona più come nostalgia museale che come reinvenzione visiva. Si riconoscono gli oggetti ma non si ri-abita il tempo, che era precisamente l'elemento distintivo della serie dei Duffers.
Funzionano i nuovi mostri: gli "snow shark", creature filamentose con un'energia neon che attraversa i loro corpi come circuiti luminosi, sfruttano bene il formato animato per spingersi dove la live action faticherebbe. L'animazione libera il bestiario dall'obbligo del verosimile: nelle sequenze finali della serie, le architetture organiche di queste nuove creature hanno un carattere lovecraftiano e la serie trova improvvisamente un suo registro visivo più autentico (cioè nel momento in cui smette di guardarsi indietro).
La soundtrack, anche, compensa in parte ciò che le immagini non si arrischiano a fare: dai Black Sabbath sotto una sequenza di mostri animati, a Billy Idol, e un accenno a Kate Bush come memoria collettiva del franchise. Le scelte musicali sono molto più coraggiose del disegno, ma l'assenza della colonna sonora originale di Kyle Dixon e Michael Stein si sente. I tappeti sintetici della colonna sonora originale davano a Hawkins la sua specifica qualità onirica e minacciosa; il nuovo score è competente, ma, di nuovo, non abita lo stesso spazio emotivo.
Il vero inciampo strutturale di Tales from '85 è però narrativo, e risiede in una contraddizione che il formato porta con sé per necessità: la serie è ambientata in un interstizio già risolto. Chi guarda sa chi sopravvive, sa dove finiscono i personaggi nella terza stagione, sa che nessuna relazione può cambiare in modo irreversibile. Il rischio drammatico è per definizione arginato. Il mistero diventa cioè un pretesto, organizzato come un'investigazione scolastica alla Scooby-Doo, con un gruppo di sospettati inevitabilmente ristretto ai personaggi introdotti ex novo. Non c'è suspence, quindi; semmai rimaniamo in attesa della conclusione e della spiegazione, affidata all'esposizione più che alla rivelazione.
Il formato animato libera la serie dai costi di produzione della live action, dalle agende degli attori, dall'invecchiamento dei corpi, ma non rischia e non si permette di diventare altro. Sceglie invece di tornare nei luoghi già visitati, di ripercorre dinamiche già note, e si assicura che tutto torni al suo posto prima dei titoli di coda. Stranger Things era nata come operazione di recupero: dell'estetica Spielberg, del cinema di creature anni Ottanta, di una certa idea di infanzia americana come spazio mitico e protetto. Questa serie animata non aggiunge nuova materia a quel progetto.
La questione non è che Tales from '85 sia derivativa (cosa non lo è), ma che la derivazione qui è il progetto, non il punto di partenza. E quando la derivazione è il progetto, l'unica cosa che può salvare un prodotto è la qualità dell'esecuzione: la precisione del dettaglio, l'invenzione nel margine, la capacità di far sembrare necessario ciò che non lo è per definizione. Tales from '85 lo fa con il design dei nuovi mostri, con un paio di scelte musicali, ma non con la costanza sufficiente a renderla qualcosa di più di un ritorno gradito in un posto già conosciuto.
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