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paolorol
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martedì 7 aprile 2026
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noia radical chic
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La trama, senza spoilerare, è quella del fotoromanzo o, se vogliamo essere "eufemistici", del racconto di formazione. Due persone hanno un problema relazionale e, dopo una serie di traversie più o meno prevedibili, lo superano. Da Bergman al fotoromanzo il passo è breve e questo film il passo lo compie. Chiunque può capire dalle prime scene come la storia andrà a finire, nel disinteresse totale.
Basti dire che agli americani, sempre alla ricerca disperata di intelligenza, è piaciuto, al punto tale che gli hanno concesso un Oscar.
Un film radical chic, popolato da intellettuali più o meno psichicamente disturbati, recitato da attori discreti ma privi di anima, fotografato con eleganza, sceneggiato col minimo sindacale.
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La trama, senza spoilerare, è quella del fotoromanzo o, se vogliamo essere "eufemistici", del racconto di formazione. Due persone hanno un problema relazionale e, dopo una serie di traversie più o meno prevedibili, lo superano. Da Bergman al fotoromanzo il passo è breve e questo film il passo lo compie. Chiunque può capire dalle prime scene come la storia andrà a finire, nel disinteresse totale.
Basti dire che agli americani, sempre alla ricerca disperata di intelligenza, è piaciuto, al punto tale che gli hanno concesso un Oscar.
Un film radical chic, popolato da intellettuali più o meno psichicamente disturbati, recitato da attori discreti ma privi di anima, fotografato con eleganza, sceneggiato col minimo sindacale.
In sostanza un film noioso, interminabile, poco o per nulla coinvolgente.
Un film vecchio.
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francesco2
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domenica 29 marzo 2026
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non ho capito, o forse si
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Un sospetto: sono io che non ho saputo apprezzare abbastanza questa "allegoria familiare" tra vita e teatro? Forse si, a giudicare dai premi ricevuti. O forse no, da quanto scrivono certi critici italiani.
Indipendentemente da una scena, quella si bellissima, con Elle Fanning , Trier non è Bergman, e meno che mai lo è il regista del pur interessante "Armand", interpretato anch'esso dalla Reinsve. Non è neanche questo, secondo me, il migliore dei suoi film: senza dimenticare "La persona peggiore del mondo"? qualcuno ha mai visto "Thelma" film potenzialmente divisivo "di genere ", non "d'autore", ma secondo me il migliore dei tre.
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Un sospetto: sono io che non ho saputo apprezzare abbastanza questa "allegoria familiare" tra vita e teatro? Forse si, a giudicare dai premi ricevuti. O forse no, da quanto scrivono certi critici italiani.
Indipendentemente da una scena, quella si bellissima, con Elle Fanning , Trier non è Bergman, e meno che mai lo è il regista del pur interessante "Armand", interpretato anch'esso dalla Reinsve. Non è neanche questo, secondo me, il migliore dei suoi film: senza dimenticare "La persona peggiore del mondo"? qualcuno ha mai visto "Thelma" film potenzialmente divisivo "di genere ", non "d'autore", ma secondo me il migliore dei tre.
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dinopreferirei
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mercoledì 18 marzo 2026
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sentimentalismo anaffettivo
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Finalmente un film con un capo e una coda, sarò un sempliciotto ma a me le storie convincono quando comprensibili e costruite su un’idea che in questo caso mi sembra essere la funzione catartica dell’arte capace di stemperare la rabbia maturata in contesti famigliari problematici. Un peso emotivo enorme pesa su questa famiglia e il cinema riuscirà ad alleviarlo. La connotazione nordica dei sentimenti intorno ai quali ruota la vicenda è denunciata esplicitamente dalla diva americana costretta a rinunciare alla parte per l’impossibilità di calarsi nella travagliata coscienza scandinava che in questo film trova una celebrazione forse anche un po’ compiaciuta.
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Finalmente un film con un capo e una coda, sarò un sempliciotto ma a me le storie convincono quando comprensibili e costruite su un’idea che in questo caso mi sembra essere la funzione catartica dell’arte capace di stemperare la rabbia maturata in contesti famigliari problematici. Un peso emotivo enorme pesa su questa famiglia e il cinema riuscirà ad alleviarlo. La connotazione nordica dei sentimenti intorno ai quali ruota la vicenda è denunciata esplicitamente dalla diva americana costretta a rinunciare alla parte per l’impossibilità di calarsi nella travagliata coscienza scandinava che in questo film trova una celebrazione forse anche un po’ compiaciuta. Il cinema sul cinema è una scommessa rischiosa ma qui il congegno narrativo funziona efficacemente generando una tensione costante malgrado la lunghezza del film
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dinopreferirei
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domenica 15 marzo 2026
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sentimentalismo anaffettivo, specialit? scandinava
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Finalmente un film con un capo e una coda, sarò un sempliciotto ma a me le storie convincono quando comprensibili e costruite su un’idea che in questo caso mi sembra essere la funzione catartica dell’arte capace di stemperare la rabbia maturata in contesti famigliari problematici, un peso emotivo enorme pesa su questa famiglia e il cinema riuscirà ad alleviarlo. La connotazione nordica dei sentimenti intorno ai quali ruota la vicenda è denunciata esplicitamente dalla diva americana costretta a rinunciare alla parte per l’impossibilità di calarsi nella travagliata coscienza scandinava che in questo film trova una celebrazione forse anche un po’ compiaciuta.
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Finalmente un film con un capo e una coda, sarò un sempliciotto ma a me le storie convincono quando comprensibili e costruite su un’idea che in questo caso mi sembra essere la funzione catartica dell’arte capace di stemperare la rabbia maturata in contesti famigliari problematici, un peso emotivo enorme pesa su questa famiglia e il cinema riuscirà ad alleviarlo. La connotazione nordica dei sentimenti intorno ai quali ruota la vicenda è denunciata esplicitamente dalla diva americana costretta a rinunciare alla parte per l’impossibilità di calarsi nella travagliata coscienza scandinava che in questo film trova una celebrazione forse anche un po’ compiaciuta. Il cinema sul cinema è una scommessa rischiosa ma qui il congegno narrativo funziona efficacemente generando una tensione costante malgrado la lunghezza del film.
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maxan
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domenica 8 marzo 2026
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imperdibile
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Stupenda sceneggiatura e una definizione dei personaggi al pari di un romanzo.
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riccardo sorrentino
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venerdì 27 febbraio 2026
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belle sorelle, padre assente, finale in ritardo
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante.
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante. Agnes dice a Nora che è sopravvissuta proprio grazie a lei – ai capelli lavati, alla scuola perché accompagnata, al senso di sicurezza che Nora le dava quando la madre era assente e il padre già svanito. È un rovesciamento struggente: la sorella “rovinata”, quella che si sente incapace di amare, è stata in realtà il salvagente dell’altra. Le due attrici lo rendono con una naturalezza che fa male: non recitano dolore, lo incarnano. È il picco emotivo del film, il nodo che scioglie il groviglio di rimpianti, abbandoni e sensi di colpa. Peccato che arrivi quando lo spettatore ha perso le speranze in un film tanto osannato.
Trier, dopo l’eccellenza di The Worst Person in the World, qui torna al dramma familiare con la consueta eleganza scandinava: inquadrature pulite, luce naturale che filtra dalle finestre della vecchia casa di Oslo (personaggio a sé), dialoghi che sembrano rubati alla vita reale. Gustav (Stellan Skarsgård, monumentale nel suo egoismo gentile) è un regista in disarmo che torna dopo anni di assenza per la morte della ex moglie. Propone a Nora, la figlia maggiore, il ruolo principale nel suo film-testamento: una storia che mescola il suicidio della nonna materna con il trauma familiare. Nora rifiuta; Gustav passa a una star hollywoodiana (Elle Fanning). Le sorelle si ritrovano ad abitare il ritorno del padre, tra rabbia repressa, tentativi di riconciliazione e il peso di un’infanzia sbilanciata.
Il problema strutturale è evidente: Trier spende troppi minuti a costruire l’ambientazione, la casa come metafora del passato ingombrante, le carriere artistiche come schermi contro il dolore. La prima ora è un lento avvicinamento, quasi contemplativo, con inserti sul set del film-nel-film che servono a specchiare il tema arte contro vita. Funziona a tratti – c’è una satira leggera sul cinema contemporaneo, sul ritorno del regista anziano, sul casting come atto di riparazione narcisistica – ma accumula distanza invece di prossimità. Quando finalmente le sorelle si parlano davvero, non da figlie di un padre assente, ma da sorelle che si sono salvate a vicenda, il tempo è scaduto. Il film termina senza dare il giusto spazio a quella rivelazione: è come se Trier avesse paura della catarsi, preferendo lasciare tutto in sospeso, in quel registro di malinconia nordica.
Funziona a metà perché le performance salvano il film dal suo stesso schema. Reinsve è straordinaria: porta Nora con una vulnerabilità che non diventa mai manierismo, un misto di rabbia e desiderio di essere vista. Skarsgård è il padre che tutti temiamo di diventare – carismatico, intellettuale, incapace di chiedere scusa se non attraverso un copione. Lilleaas, meno nota, ruba la scena nel dialogo clou: la sua Agnes è quieta, solida, ma quando parla trema appena, e quel tremore dice tutto.
Trier qui è indulgente, quasi consolatorio, e il finale (che non spoilero) lascia un sapore di riconciliazione troppo soft, come se il cinema bastasse a guarire le ferite.
In sintesi: un film nobile, ben recitato, culturalmente denso, ma zoppicante nella struttura. Parte in punta di piedi e arriva al cuore quando ormai è ora di uscire dalla sala. Due stelle e mezzo perché le sorelle, in quel dialogo finale, meritano di più – e il cinema, quando tocca corde così vere, dovrebbe dar loro il tempo di risuonare. Trier sa farlo, lo ha dimostrato altrove. Qui, per una volta, arriva in ritardo.
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mattia
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mercoledì 25 febbraio 2026
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noia totale
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Riconosco il significato del film.. ma c'è modo e modo di raccontarlo.
Lento.. impacciato... insulso.. occasione persa.
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temat825
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giovedì 19 febbraio 2026
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la magia dell?arte
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Un film sulla magia dell'arte, che opera non solo per gli artisti e i loro familiari ma per qualunque lettore, spettatore, ascoltatore riesca, anche solo per un minuto e illusoriamente, ad esserne curato. Ed è questa magia la grandezza e il mistero dell'arte e degli artisti, giustificandone il ruolo sociale, che come individui spesso non meriterebbero. Il film riesce a trasmettere tutto questo, alla fine di una trama che talvolta sembra portare altrove se non addirittura a nulla. Proprio come la vita.
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alex2044
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lunedì 16 febbraio 2026
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uno dei migliori film di questa stagione
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno.
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno. . I protagonisti Renate Reinsve e Stellan Skarsgard sono più che bravi , intensi , empatici per le loro sofferenze che coinvolgono sentimentalmente anche lo spettatore più restio .Fra le scene più iconiche mi piace ricordare quella che si svolge al tramonto sulla spiaggia di Deauville che è sede di un celebre festival cinematografico e che ha risvegliatio in me il ricordo di un viaggio su questa splendida costa . Con un di più che a pochi chilometri vi è la altrettanto meravigliosa Cabourg con il suo Grand Hotel e la sua terrazza sul mare . Dove ha soggiornato Marcel Proust e dove vi ha scritto parti del suo capolavoro ," Alla ricerca del tempo perduto" . A questo punto , dato che in questo libro si parla di famiglia e dei rapporti all'interno della stessa mi è venuta un' idea forse bislacca , il regista ha sentito l'influsso di questo capolavoro ?
Per teminare sono uscito dal cinema contento , bene molto bene , il cinema continua ad essere un' ottima idea per passare due ore intelligenti e piacevoli .
Aggiungo,: auguro a Trier ed ai suoi attori di ricevere qualche premio importante se lo meritano !
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[+] ha vinto l''oscar
(di alex2044)
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keope
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lunedì 16 febbraio 2026
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noioso
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Che noia! La storia ? carina, ma c'? mezz'ora di troppo e ritmo zero. Fatevi 3 caff
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