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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante. Agnes dice a Nora che è sopravvissuta proprio grazie a lei – ai capelli lavati, alla scuola perché accompagnata, al senso di sicurezza che Nora le dava quando la madre era assente e il padre già svanito. È un rovesciamento struggente: la sorella “rovinata”, quella che si sente incapace di amare, è stata in realtà il salvagente dell’altra. Le due attrici lo rendono con una naturalezza che fa male: non recitano dolore, lo incarnano. È il picco emotivo del film, il nodo che scioglie il groviglio di rimpianti, abbandoni e sensi di colpa. Peccato che arrivi quando lo spettatore ha perso le speranze in un film tanto osannato.
Trier, dopo l’eccellenza di The Worst Person in the World, qui torna al dramma familiare con la consueta eleganza scandinava: inquadrature pulite, luce naturale che filtra dalle finestre della vecchia casa di Oslo (personaggio a sé), dialoghi che sembrano rubati alla vita reale. Gustav (Stellan Skarsgård, monumentale nel suo egoismo gentile) è un regista in disarmo che torna dopo anni di assenza per la morte della ex moglie. Propone a Nora, la figlia maggiore, il ruolo principale nel suo film-testamento: una storia che mescola il suicidio della nonna materna con il trauma familiare. Nora rifiuta; Gustav passa a una star hollywoodiana (Elle Fanning). Le sorelle si ritrovano ad abitare il ritorno del padre, tra rabbia repressa, tentativi di riconciliazione e il peso di un’infanzia sbilanciata.
Il problema strutturale è evidente: Trier spende troppi minuti a costruire l’ambientazione, la casa come metafora del passato ingombrante, le carriere artistiche come schermi contro il dolore. La prima ora è un lento avvicinamento, quasi contemplativo, con inserti sul set del film-nel-film che servono a specchiare il tema arte contro vita. Funziona a tratti – c’è una satira leggera sul cinema contemporaneo, sul ritorno del regista anziano, sul casting come atto di riparazione narcisistica – ma accumula distanza invece di prossimità. Quando finalmente le sorelle si parlano davvero, non da figlie di un padre assente, ma da sorelle che si sono salvate a vicenda, il tempo è scaduto. Il film termina senza dare il giusto spazio a quella rivelazione: è come se Trier avesse paura della catarsi, preferendo lasciare tutto in sospeso, in quel registro di malinconia nordica.
Funziona a metà perché le performance salvano il film dal suo stesso schema. Reinsve è straordinaria: porta Nora con una vulnerabilità che non diventa mai manierismo, un misto di rabbia e desiderio di essere vista. Skarsgård è il padre che tutti temiamo di diventare – carismatico, intellettuale, incapace di chiedere scusa se non attraverso un copione. Lilleaas, meno nota, ruba la scena nel dialogo clou: la sua Agnes è quieta, solida, ma quando parla trema appena, e quel tremore dice tutto.
Trier qui è indulgente, quasi consolatorio, e il finale (che non spoilero) lascia un sapore di riconciliazione troppo soft, come se il cinema bastasse a guarire le ferite.
In sintesi: un film nobile, ben recitato, culturalmente denso, ma zoppicante nella struttura. Parte in punta di piedi e arriva al cuore quando ormai è ora di uscire dalla sala. Due stelle e mezzo perché le sorelle, in quel dialogo finale, meritano di più – e il cinema, quando tocca corde così vere, dovrebbe dar loro il tempo di risuonare. Trier sa farlo, lo ha dimostrato altrove. Qui, per una volta, arriva in ritardo.
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