| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Canada, Italia, Bulgaria, Belgio |
| Regia di | Geneviève Dulude-Decelles |
| Attori | Chiara Caselli, Michelle Tzontchev, Mart Lachev, Nikolay Mutafchiev, Svetla Yancheva Raphaël Fournier, Sylvie Lemay, Galin Stoev, Alexia Roc, Maria-Radena Bozhkova, Ekaterina Stanina, Sofia Stanina. |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | 3,44 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 17 febbraio 2026
Un mercante d'arte viaggia dal Quebec alla Bulgaria, che ha abbandonato anni prima, per vedere i dipinti di una bambina prodigio. Il film è stato premiato al Festival di Berlino,
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CONSIGLIATO SÌ
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Il sessantenne Mihail è curatore di un'affermata galleria d'arte contemporanea di Montreal, incaricato di acquistare le opere di nuovi talenti promettenti. Una gallerista di Roma, Giulia Mancini, gli manda il video di una bambina di otto anni, Nina, che a Karlievo, paesino sperduto della campagna bulgara, dipinge in modo meraviglioso. Mihail ha lasciato la Bulgaria trent'anni prima, dopo la morte della moglie, portando con sé in Canada la figlia Roza, e quando il proprietario della galleria di Montreal gli chiede di tornare nel suo Paese natale per verificare se sia effettivamente la bambina a dipingere quelle opere d'arte l'uomo è riluttante ad intraprendere il viaggio.
Ma il dovere, e forse anche un desiderio nascosto, lo chiamano verso quel mondo lontano. L'incontro con Nina risveglierà in lui una serie di emozioni che riguardano non solo se stesso ma anche Roza e la sorella che Mihail ha lasciato indietro per crearsi una nuova vita, a migliaia di chilometri di distanza dalla capitale bulgara Sofia.
Nina Roza è il secondo lungometraggio di finzione della giovane sceneggiatrice e regista franco-canadese Geneviève Dulude-De Celles, e si addentra a fondo nella nostalgia che un uomo adulto può provare verso un passato accuratamente rimosso.
L'attore bulgaro Galin Stoev presta il suo volto intenso e stropicciato a Mihail, incarnando con delicatezza e profondità quel sentimento che emerge in maniera graduale e sommessa, così come sommessa e graduale è la narrazione del film, che rilascia a poco a poco le informazioni necessarie a ricostruire il quadro della vita del suo protagonista. Stoev ricorda fisicamente e per efficacia espressiva l'attore turco-tedesco Birol Ünel, prematuramente scomparso quasi all'età che ha oggi Stoev.
La fotografia di Alexandre Nour Desjardins, canadese di origine marocchina, dipinge i paesaggi bulgari cogliendone la poesia essenziale, sottolineando la differenza fra la campagna che conserva ancora le tradizioni locali e la città che invece tende a cancellarle in favore di un'uniformità urbana globalizzata. Nelle scene di interni prevale quel color biscotto che caratterizza certe case dell'Est, regalando loro una vernice caramellata molto adatta a descrivere l'intimità domestica. E la regia di Dulude-De Celles si addentra nei primi piani del suo protagonista come dentro lo sguardo severo di Nina, che non vuole abbandonare il suo villaggio per inseguire il successo a Milano dove la aspetta la gallerista Mancini (interpretata da Chiara Caselli).
Nina Roza è frutto di una coproduzione internazionale la cui componente italiana è rappresentata da Lorenzo Fiuzzi e Bardo Tarantelli, già produttori di un altro film indipendente delicato e profondo, Amusia. Il film italo-bulgaro-belga-canadese illumina sia la relazione fra Mihail e la Bulgaria che quella fra lui e la figlia Roza (ribattezzata Rose in Canada), che si sente sperduta senza riuscire a capirne il perché: un perché che probabilmente nasce dall'antico sradicamento voluto dal padre quando lei era ancora bambina - e non è un caso che quella bambina porti il nome di un fiore.
Il film è imbevuto di malinconia e di "saudade", ma non è né cupo né privo di speranza, anzi, traccia un percorso verso la consapevolezza e la riappropriazione del proprio passato di cui potrà beneficiare anche il futuro. A innescare quella consapevolezza è la piccola Nina, che ha chiaro l'imperativo di restare nel posto dove è nata e cresciuta "altrimenti si muore", e che capisce meglio di Mihal dove risieda "il suo bene". Anche grazie a lei l'uomo imparerà cosa significhi davvero la parola "curatore".
Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles è un'opera che trasforma l'arte in uno strumento di misurazione dell'esistenza: non semplice espressione estetica, ma metrica sensibile capace di registrare aspirazioni, ferite, nostalgie e desideri. Fin dalle prime sequenze il film chiarisce la propria natura: non racconterà soltanto una storia, ma tenterà di accordare lo spettatore al diapason emotivo dei suoi [...] Vai alla recensione »