| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Regia di | Harris Dickinson |
| Attori | Frank Dillane, Amr Waked, Murat Erkek, Megan Northam, Shonagh Marie Falco Flow, Karyna Khymchuk. |
| Uscita | giovedì 16 aprile 2026 |
| Distribuzione | Wanted |
| MYmonetro | 2,84 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
|
Ultimo aggiornamento martedì 2 dicembre 2025
Il dramma di un uomo senzatetto che cerca di dare una svolta alla sua vita. Il film è stato premiato a National Board, Al Box Office Usa Urchin ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 174 mila dollari e 42,2 mila dollari nel primo weekend.
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Mike, piccolo criminale vagabondo, prova a restare sobrio e a lasciare la strada, collezionando tante idee per il futuro e qualche amico di baldoria altrettanto instabile. Senza casa, finisce in prigione dopo aver aggredito un passante che voleva aiutarlo. Si impegna a riparare lavorando in una cucina di cui fatica tuttavia a seguire le regole. Il recupero è l'orizzonte ma l'autodistruzione è dietro l'angolo.
Esordio di Harris Dickinson (Triangle of Sadness, Babygirl) alla regia, Urchin è un dramma sociale che scivola verso un realismo magico e visioni oniriche che sollevano dalla realtà il ragazzo di strada del titolo.
Mike è incapace di mettere radici, vorrebbe prendere una decisione, essere trattato da adulto ma chiede costantemente di essere assistito. A immagine del suo melanconico antieroe, il film naviga a vista tra humour e vaghezza, tra Esercito della Salvezza e luoghi paralleli dove gli emarginati socializzano. Mappando con realismo gli angoli di Londra e catturando i volti multiculturali della capitale, il film non cade troppo lontano da storie già viste ma con un paio di sequenze incisive e stranianti, la più bella sulle note di "Voyage Voyage" di Desireless. Harris Dickinson, attore e star in ascesa, prova una nuova forma di creazione, mettendo in gioco una reputazione costruita davanti alla macchina da presa. È vocazione vera o l'ennesimo "film d'attore"? Urchin non assomiglia a una rivelazione cinematografica significativa ma nemmeno a un capriccio.
Per il suo debutto, Dickinson sceglie di raccontare la vita ordinaria di una persona indigente, illuminata da una fotografia di colori saturi e artificiali che contrastano col realismo sociale tipico di Ken Loach o Mike Leigh. Se il soggetto e un certo temperamento inglese, il senso dell'umorismo amaro, secco, molto acuto, rivelano l'impronta dei registi britannici, il trattamento non cede alla fatalità autodistruttiva. Urchin affonda e riemerge aprendo parentesi fantastiche che interrompono la miseria del personaggio e gli conferiscono una densità singolare. Ad altezza di strada, Frank Dillane, attore-musicista, avanza con la sua aria da Johnny Depp, periodo grunge e cool. Il regista si riserva un ruolo secondario, ma è Dillane a imporsi come una rivelazione. Nei panni di un ragazzo sensibile e detestabile insieme, insinua nel film, e in una società fiaccata dalle politiche di austerità britanniche, una nota inedita, complessa, quasi incosciente. Dickinson filma un personaggio vivo, piuttosto che un soggetto di studio, dimostrando un'attitudine naturale nel dirigere attori che infondono rabbia ed energia a un debutto altrimenti convenzionale, una parabola di auto-distruzione con un finale piacevolmente sorprendente.
La storia è nota, un povero diavolo prova a riprendere in mano la sua vita, lavorando con la stessa energia e la stessa disperazione per salvarsi e distruggersi. Soluzioni, traiettorie e modelli, Mike non riesce a domare e a comprendere. Salvarsi, per lui, si rivela impossibile. Il film non sfugge ai difetti più comuni di un'opera prima, un eccesso di idee e riferimenti che finiscono per frammentare la narrazione, ma offre al suo vagabondo una via di fuga che non sia un banale slogan di sviluppo personale. L'epilogo lascia spazio anche a noi, eludendo il saggio sociale sui tentativi di reinserimento professionale (e anche sessuale) di un giovane senzatetto inglese. Nessun miserabilismo in questo debutto, che si distingue utilizzando senza complessi la metafora e la poesia, congiunte donano un'altezza inaspettata alla narrazione. Nessun discorso politico e militante da parte del regista-attore, la forza narrativa prevale sulla dimensione sociale. Harris Dickinson rivela un individuo nelle sue capacità e debolezze, ma anche nel suo desiderio di essere all'altezza di un'esistenza conforme. Niente di troppo pesante, la regia punta sulla fluidità delle emozioni e sull'umanità dei suoi personaggi, raggiungendo una forma di meraviglia. La soluzione è alla fine del tunnel che collega una camera a un altrove.
Tutti cerchiamo il nostro posto del mondo, ma che fare quando il mondo non ci vuole? Mike, il protagonista di Urchin (che significa ramingo: il vagabondaggio è anche un movimento interiore), si è subito abituato a essere respinto dalla società, a incarnare il disagio, lo spaesamento, l'abbandono di un corpo talmente estraneo da aver perso la minima speranza di integrazione e redenzione.
Debutto alla regia dell'attore Harris Dickinson, Urchin segue Mike, un senzatetto londinese alle prese con isolamento, dipendenze e precarietà nell'indifferenza della giungla urbana. Un racconto della marginalità che, pur prediligendo un tono crudo, si abbandona a derive stranianti e sbilanciate, squarci visionari che rompono lo schema realistico, proponendosi come escursioni nell'inconscio del protagonista [...] Vai alla recensione »
All'interno del verismo a metà tra Loach e Brocka che è la principale cartina di tornasole di Urchin c'è un passaggio che rischia forse di apparire inessenziale, quasi fosse più che altro un elemento di disturbo. Mike è stato arrestato dopo aver pestato e derubato di un orologio un uomo che cercava solo di aiutarlo ad acquistare del cibo, ed è nelle docce della prigione.