| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 111 minuti |
| Regia di | Leyla Bouzid |
| Attori | Marion Barbeau, Eya Bouteraa, Hiam Abbass, Feriel Chamari, Badis Galaoui . |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Fandango |
| MYmonetro | 3,00 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 16 febbraio 2026
Una giovane donna torna al paese d'origine e affronta i segreti di famiglia.
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CONSIGLIATO SÌ
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Lilia è una ragazza tunisina che vive in Francia con la sua compagna Alice. Torna a casa, nel suo Paese d'origine, per il funerale dello zio Daly, tenendo Alice prima nascosta in hotel, poi presentata alla famiglia come amica. In Tunisia l'omosessualità è un reato, nei giorni di lutto emergeranno dettagli sulla vita e sulla morte di suo zio e Lilia avrà modo di confrontarsi con il suo ricordo, ma anche con le sue stesse scelte e la sua cultura d'origine.
In a Whisper affronta in modo originale e niente affatto scontato il tema dell'omosessualità in un Paese in cui è considerato non solo uno scandalo e un peccato, ma addirittura reato.
Segna il terzo lungometraggio della regista e autrice di origine tunisina Leyla Bouzid, che sceglie di affidare il ruolo della protagonista alla convincente Eya Bouteraa, catturandone le emozioni negli sguardi. Altro ruolo importante è quello di sua madre, una sempre superlativa Hiam Abbas, che questa volta si cala nei panni di un femminile accogliente, comprensivo, dalla mentalità aperta verso suo fratello. Quando invece si tratta di sua figlia, e di accettare una verità taciuta per anni, l'attrice converge il suo personaggio in un tormento denso di umanità che colpisce.
Perché In a Whisper non è tanto un coming of age, ma la storia di un rapporto madre-figlia che deve superare una serie di scossoni, da un lutto grave a un'indagine in corso (sulle circostanze poco chiare della morte dello zio), dalla distanza anche culturale che separa Francia e Tunisia ad un coming out imprevisto e inaspettato. L'identità di genere, ricorda bene Bouzid che non a caso sceglie di dedicare il film a sua madre, non si può scegliere. Neanche in quei Paesi in cui essere omosessuali è pericolosissimo, si rischiano carcere e persecuzioni.
Il tutto raccontato con garbo, optando per racchiudere la narrazione spesso dentro le mura domestiche, in cui regna il matriarcato e in cui malgrado le resistenze si possono condividere i segreti. Fuori casa regnano oppressione, repressione, ipocrisia, violenza fisica e verbale, sospetto e corruzione, mentre dentro casa il vociare si fa più sottile, intimo, materno e ci si può permettere di parlare liberamente "a bassa voce", come suggerisce il titolo del film.
Film che propone una serie di confronti, tra passato e presente, tra Paesi diversi, tra uno zio e una nipote che condividono "a distanza" il segreto dell'omosessualità. La regista mostra dimestichezza nel gestire questa storia tutt'altro che semplice, mescolando con delicatezza dramma familiare, detection, queer, melò, denuncia e coming of age, eppure il risultato non è un pastiche, ma un'opera godibile, determinata a far riflettere chi guarda sull'omofobia dei nostri giorni. Insistendo particolarmente sul fatto che ciò che in certi Paesi viene perseguito, proibito e persino tacciato di crimine è, come ricorda e rivendica la protagonista nella battuta più memorabile del film, «solo amore».
Un volto di donna, in particolare un close-up dei suoi occhi, mentre rivolge il suo sguardo verso un oblo di un aereo; in sottofondo si sente una voce che dice che a breve l'aereo sta per atterrare a Tunisi. Subito dopo quegli occhi si rivolgono ad altri due occhi, sempre di donna, e l'incontro di questi due espressioni, che "si guardano e si scambiano la pelle e cominciano a [continuare a] volare", [...] Vai alla recensione »