| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, Horror, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 92 minuti |
| Regia di | Mara Fondacaro |
| Attori | Benedetta Cimatti, Simone Liberati, Astrid Meloni, Lorenzo Ferrante (II) Manfredi Saavedra, Giulio Maroncelli. |
| Uscita | giovedì 27 novembre 2025 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Lo Scrittoio, Nightswim |
| MYmonetro | 2,93 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 19 novembre 2025
Il dramma di una donna che al termine di una nuova gravidanza sente il richiamo di un bambino che ha perduto tempo prima. In Italia al Box Office Il primo figlio ha incassato nelle prime 12 settimane di programmazione 4,2 mila euro e 772 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Ada è una docente di filosofia incinta. Con il compagno Rino si trasferisce in una villa immersa nella natura e comincia ad allestire la stanza per il piccolo che arriverà. Per la coppia è il secondo figlio, dopo che il primo, Andrea, è tragicamente morto qualche anno prima. Ada sembra aver superato il trauma, ma le ultime settimane di gravidanza la riportano al ricordo del figlio perduto e poco alla volta la fanno scivolare in uno stato di paranoia e terrore. Ada si convince che Andrea è tornato e che è venuto per impedire la nascita di un altro bambino. Sempre più scollegata dalla realtà, Ada mette in pericolo la propria vita e quella che porta dentro.
Scritto dalla stessa regista esordiente, un dramma psicologico che sfocia nell'horror per provare a dare forma al dolore indicibile - e impossibile da rappresentare - di chi ha perso un figlio.
Quando Ada (Benedetta Cimatti) entra per la prima volta nella futura camera da letto del suo bambino chiede al marito (Simone Liberati) se forse la carta alle pareti non è troppo colorata, troppo squillante, e che magari sarebbe stato meglio usare toni più smorti per un neonato... Ada è prigioniera di un lutto, come si saprà da lì a poco, e la gravidanza è stata un modo un po' maldestro per cercare cancellarlo. Non solo il colore di una stanza, del resto, certifica la sua condizione incerta: la stessa fotografia del film (curata da Fabio Paolucci), negli spazi del casolare in cui quasi tutto il racconto si ambienta, è giocata su atmosfere grigiastre, cupe, anch'esse incerte fra il giorno e la notte, la foschia del mattino e la nebbia degli interni, spesso senza distinzione fra interno ed esterno. Fin dall'inizio del film ogni cosa è allestita per preparare l'inevitabile discesa nell'orrore. Depistato dal racconto, lo spettatore si convince che quella della protagonista sia una depressione al termine di una prima gravidanza, ma attraverso un lapsus si scopre la verità: nella vita di Ada e Rino c'è un trauma, la morte del primo figlio Andrea, e l'arrivo di un nuovo bambino, che si chiamerà Lorenzo, potrebbe o una liberazione (ed è così per l'uomo, che narrativamente sconta una certa legnosità di scrittura) o una condanna. Come sarà naturalmente per la donna, che riattiva così il proprio senso di colpa e la sensazione d'abbandono del passato.
Mara Fondacaro gestisce la materia narrativa drammatica in modo originale, dislocando le rivelazioni della trama nella prima parte e lasciando alla seconda il tempo e lo spazio - dentro la casa che si fa prigione, nei boschi che si fanno spazio mentale, nel lago della tragedia rinvangata che si fa ovviamente epicentro del trauma - di far emergere il disagio della protagonista. Il suo film regge fino a quando la presenza del fantasma di Andrea (interpretato da Lorenzo Ferrante) è relegata al fuoricampo (bella l'idea iniziale di far parlare Ada con Andrea rivolta in realtà alla macchina da presa), ma diventa più prevedibile quando il bambino torna come presenza viva: prima attraverso la possessione di un'amica di Ada (una guida turistica il cui spiritualismo un po' naif si oppone al razionalismo altrettanto semplicistico della madre incinta - e pensare che insegna filosofia, dunque un po' avvezza al pensiero complesso dovrebbe essere...), poi in carne e ossa, con tanto di occhi neri e rabbia demoniaca... L'horror, insomma, non si addice troppo alla forma di un cinema italiano che prova a essere d'autore, ma che arranca proprio quando intercetta il gusto popolare. Così di fronte a Il primo figlio si rimane bloccati nel mezzo - come il fantasma di Andrea, come la madre che ha preso una decisione di cui si pente e che dovrà attraverso il proprio inferno personale per liberarsi di qualcosa che si porta dentro, letteralmente e idealmente.
Ada è una docente di filosofia incinta. Con il compagno Rino si trasferisce in una villa immersa nella natura e comincia ad allestire la stanza per il piccolo che arriverà. Per la coppia è il secondo figlio, dopo che il primo, Andrea, è tragicamente morto qualche anno prima. Ada sembra aver superato il trauma, ma le ultime settimane di gravidanza la riportano al ricordo del figlio perduto e poco alla volta la fanno scivolare in uno stato di paranoia e terrore. Scritto dalla stessa regista esordiente, un dramma psicologico che sfocia nell’horror per provare a dare forma al dolore indicibile – e impossibile da rappresentare – di chi ha perso un figlio.
Mara Fondacaro gestisce la materia narrativa drammatica in modo originale, dislocando le rivelazioni della trama nella prima parte e lasciando alla seconda il tempo e lo spazio – dentro la casa che si fa prigione, nei boschi che si fanno spazio mentale, nel lago della tragedia rinvangata che si fa ovviamente epicentro del trauma – di far emergere il disagio della protagonista.
Il gotico italiano ha una sua rispettabilissima tradizione fortificatasi nei '60 e poi progressivamente lasciata andare per filoncini e generi differenti (e più truculenti). Il primo figlio, primo lungometraggio di Mara Fondacaro, è un buon tentativo di rivisitazione di quelle tematiche che Hollywood e cinema anglosassone in genere son soliti maneggiare con più dimestichezza e ausilio di effetti speciali. [...] Vai alla recensione »