| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | USA |
| Regia di | Ryan Murphy, Crystle Roberson Dorsey, Anthony Hemingway |
| Attori | Kim Kardashian, Niecy Nash, Teyana Taylor, Sarah Paulson, Glenn Close Naomi Watts, Matthew Noszka, Sophia Bui, Caleb Alexander Smith, Andrea LeBlanc, Angela Lin, Grace Gummer, Ed O'Neill, James Barrington, Elizabeth Berkley, Cody Kennedy, Nitya Vidyasagar, Nana Ghana, Amanda Fields, Stephan Käfer, Jacob Dacus. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 10 dicembre 2025
Ryan Murphy torna al legal drama con uno studio di avvocate divorziste che si staccano da un grande studio maschile e fanno causa agli ex-coniugi miliardari delle loro clienti.
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CONSIGLIATO SÌ
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Le tre avvocate divorziste Allura (Kim Kardashian), Liberty (Naomi Watts) ed Emerald (Niecy Nash) decidono di lasciare il loro vecchio studio, dominato dagli uomini, per fondare la propria agenzia legale votata a difendere donne potenti contro uomini altrettanto potenti. Il tutto in una California ricca e, soprattutto, moderna grazie alla spinta di pioniere come la loro mentore Dina (Glenn Close), che non a caso le incoraggia a proseguire nella loro missione e che tornerà presto nella loro vita professionale e privata. Tra casi lampo da cifre iperboliche e una clientela che viaggia in jet privati, la trama intreccia il presente con flashback che chiariscono le origini della loro alleanza, mentre una nemesi, l'imprevedibile Carrington (Sarah Paulson), si piazza come avversaria feroce dopo lo smacco di essere stata esclusa dalla loro iniziativa. La serie procede in equilibrio precario tra il caso della settimana e un arco orizzontale sempre più invasivo.
Oramai un network a sé stante, siamo di nuovo in quel fantasmagorico, quasi fastidioso (e perciò interessante) laboratorio pop di Ryan Murphy, dove l'attrazione per il camp, la cultura delle celebrità e il piacere della provocazione convivono con il formato procedural.
Qui l'ambientazione - il divorzio di lusso nella West Coast - funziona da lente contemporanea sul potere: il femminismo di superficie di un'industria che monetizza l'empowerment, l'economia dell'attenzione che trasforma ogni oggetto in status symbol e ogni causa in trofeo. L'operazione traduce, come ormai ogni prodotto di questa factory seriale, le necessità di una produzione streaming in cui il racconto deve essere immediatamente riconoscibile. Ne deriva un cast esplosivo, che riunisce nuovo e vecchio, tradizione attoriale e reality royalty, ancoraggio cinematografico e televisivo, ma anche richiamo (di Sarah Paulson, ormai feticcio seriale che trasforma tutto ciò che tocca in oro) e citazione (attorno a Glenn Close, dalla sua carriera sia cinematografica che televisiva - si pensi a Damages).
Su quest'ultima il discorso si fa complesso: Close viene macinata, fagocitata da questa macchina, fino anche a riproporre quella che è stata, per decenni, la sua contrapposizione - totalmente derivante dal gossip e da un'affinità fisionomica - con Meryl Streep. Una faida (come tanto piacciono a Murphy, vedi Feud) alimentata più che altro dai media e riaccesa nel 2012 quando Close (Albert Nobbs) perse l'Oscar contro Streep (The Iron Lady), e che trasforma quest'ultima - l'attrice americana GOAT (Greatest Of All Time) - in un modello di riferimento interdiegetico per Carrington, sua fan, emule e allieva nell'impersonificare chiunque... eccetto sé stessa.
All's Fair si arricchisce di tutti gli orpelli seriali possibili: la release settimanale, il buzz social, cameo sfavillanti (Jessica Simpson, Jennifer Jason Leigh, Brooke Shields) e momenti facilmente esportabili in meme e GIF. Al contempo, è anche un tassello della genealogia murphyana che, dai tempi di Nip/Tuck in cui il corpo veniva scrutato come merce, oggi guarda al matrimonio come a un contratto da sezionare con chirurgia legale, mentre moda, couture e interventi estetici sostituiscono il bisturi e diventano strumenti di potere simbolico.
Il cast lavora dentro questo ensable con risultati volutamente diseguali, derivanti anche da differenti provenienze - Karsashian (reality tv), Nash (comicità), Paulson (dramma antologico) e Close (teatro, cinema e prestige TV) - e da apparentemente inaccostabili capacità attoriali. Da questo punto di vista, però, dobbiamo notare come le differenze rispecchino l'intento intersezionale di questa produzione, cioè quello di spostare la riflessione sulle distinzioni (di classe, etniche, sociali) all'infuori della diegesi, appunto sulle attrici e sulla loro provenienza e costruzione professionale, per quindi trovare nella narrazione un terreno comune - certamente, ma anche volutamente, appiattito - dove poter riconoscere il danno subito, incarnato ottimamente dalla perfettamente grottesca Sarah Paulson.
Tutte e quattro le attrici portano in sé, a dire il vero, un elemento di grotesquerie (non a caso titolo di un altro prodotto della factory): da Allura, grottesca tanto nelle capacità espressive di Kardashian, quanto nella formidabile costruzione che viene fatta del suo personaggio su di lei - necessariamente minimale all'esterno, ma agente dall'interno; a Naomi Watts, che porta in Liberty una teatralità controllata, oscillando tra cinismo e vulnerabilità, ancorando il personaggio a una psicologia stabile che traveste la sua interiorità. Calore forzato, tempismo comico, tenerezza materna, sessualità esplicita creano la massa grottesca di Emerald (Nash), che porta a terra l'ensemble eterogenea, mentre Sarah Paulson spinge Carrington verso l'eccesso, piange e ride istericamente, urla e ferisce con le parole: una vera e propria strega disneyana, contemporaneamente camp e stonata. E, infine, sottilmente grottesca è Glenn Close che, con le sue apparizioni dosate, irradia un'autorità che mette in prospettiva la frenesia del gruppo, straniando con la sua sola presenza.
Ryan Murphy, Jon Robin Baitz e Joe Baken possono così lavorare totalmente "in esterno", cioè attraverso il lusso, che diventa il linguaggio comune in All's Fair: brand, borse, gli interni in alto design, abiti che definiscono le personagge. È un'iconografia consapevole che non punta a fare di questi elementi una satira, tutt'altro: li vuole semmai ostentare come proprietà ottenuta con forza, lavoro, e contrastando un male talmente profondo (il patriarcato) da portarle esattamente dall'altra parte, verso un polo di ostilità che trasforma questo catalogo in un'arma. Il camp come forma di esagerazione per smontare e rimontare il reale, deridendo la serietà del rito matrimoniale e insieme celebrandone l'apparato spettacolare.
La serie si ritrova così a lavorare con specchi e doppi - ricostruendo la realtà attraverso la rappresentazione - per confermare che in questo (non troppo lontano) universo nessuno è mai sé stesso ma la performance di un ruolo: moglie, avvocata, madre, rivale, mentore. L'empowerment, allora, appare spesso come un riflesso: un diritto consolidato ma anche disponibile a incrinarsi al primo urto con il dolore autentico - il lutto di Dina, la paura di Emerald, le omissioni del compagno di Liberty, il tradimento di quello di Allura, la solitudine di Carrington.
Coniugando questi livelli - trama, contesto, tecnica e intenzione - l'estetica della serie emerge come un paradosso consapevole: una gioielleria piena di specchi in cui ogni scintillio abbaglia per disorientare. Se da un lato la promessa di giustizia è raccontata con gli strumenti del privilegio, dall'altro, quando l'emozione reale filtra, le vetrine di questo negozio lasciano intravedere un'altra serie, più umana: un negozio di bigiotteria. È in questa frattura che All's Fair trova con più forza la sua voce: resta un oggetto pop (per alcuni sarà un piacere colpevole, per altri un irritante carosello di pose), ma il contrasto tra la perfezione laccata delle superfici e il disordine morale sottostante, viene correttamente tradotto in un sistema che abbraccia tutte le sue differenti protagoniste - e tutte le sue altrettanto differenti attrici.