| Titolo originale | Qingchun |
| Titolo internazionale | Jeunesse (Le printemps) |
| Anno | 2023 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi |
| Durata | 212 minuti |
| Regia di | Bing Wang |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,61 su 10 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 4 luglio 2023
La vita dei giovani ragazzi impiegati nella manifattura tessile vicino Shangai. In Italia al Box Office Youth (Spring) ha incassato 1,2 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Zhili, 150 km da Shangai, sorgono centinaia di laboratori di manifattura tessile dove vengono cuciti e confezionati indumenti da esportare in tutta la Cina. Qui, accettando condizioni lavorative e di vita estreme, accorrono migliaia di giovani dalle regioni rurali attraversate dal fiume Yangtze. Hanno 20 anni, a volte meno, dormono insieme in stanze fatiscenti, mangiano nei corridoi, flirtano, scherzano, litigano, ogni tanto provano a rivendicare qualche diritto, per la maggior parte del tempo siedono alla macchina da cucire a lavorare instancabilmente. Il film segue la vita di alcuni di questi giovani, ragazzi e ragazze che accettano di farsi sfruttare con l'idea, un giorno, di comprare una casa, crescere dei figli, aprire un laboratorio...
Un documentario fluviale, a volte caotico, in cui l'apparente e quasi paradossale serenità dei protagonisti contrasta con i tempi, gli spazi e le modalità del lavoro.
Fra i massimi documentaristi in attività, Wang Bing è entrato con Jeunesse (Le printemps) nella giungla di laboratori tessili di Zhili, dove si confeziona più dell'80% degli indumenti per bambini destinati al mercato cinese. Per più di tre ore, con una appendice finale in cui uno dei tanti personaggi del film torna a casa al termine della stagione, il film s'immerge in piccoli atelier soffocanti, gestiti da padroncini che godono di una certa libertà all'interno del sistema economico cinese centralizzato. Un luogo a quanto pare unico, «un'isola», come dice lo stesso regista, «o quanto meno una direzione che la Cina potrebbe prendere e che le amministrazioni locali hanno tutto l'interesse a consolidare, perché garantisce buona parte dell'attività economica della zona». Ciò che si vede nel film, soprattutto agli occhi dello spettatore occidentale, è scioccante: ritmi di lavoro rapidissimi, spazi ridotti al minimo, disordine, sporcizia, salari bassissimi, diritti azzerati. A ribaltare la cupezza che grava sul film sono è però lo spirito vitale e forse salvifico dei lavoratori, ragazzi e ragazze stagionali di cui si conosce solamente il nome. Seduti alle macchine da cucire, ripetono alla velocità della luce le stesse azioni, tagliano, cuciono, assemblano, e nel frattempo ridono, scherzano, litigano, per poi smettere di lavorare e restare lì, nel medesimo luogo, a dormire ancora insieme, a sfottersi o aiutarsi l'un l'altro, a volte provando a imbastire una timida protesta o un maldestro tentativo di seduzione... La macchina da presa filma questo mondo pedinandolo, inseguendo i personaggi dai laboratori ai dormitori, dove divertimento, svago, a volte anche amore, formano un tutt'uno. Wang Bing divide il racconto in nove momenti, ciascuno dedicato a una coppia di ragazzi o ragazze, passando da un atelier all'altro, osservando e cogliendo ciò che vi accade: il possibile aborto di una ragazza, i tentativi di due compagni di stanza di trovare una fidanzata, le schermaglie amorose fra due impiegati.
Il ritratto collettivo che scorre volutamente in maniera indistinta, senza una vera e propria struttura, come se le immagini fossero i rough cut di un film ancora da girare. Magari un film di Jia Zhangke, che rispetto a Wang Bing non si è mai limitato a osservare ma ha sempre provato a raccontare le logiche strutturali del lavoro e del capitalismo. Wang Bing preferisce invece puntare sull'osservazione, incerto se rendere esplicita o meno la sua presenza, a volte svelata dai protagonisti che si rivolgono in camera, altre volte nascosta, altre ancora resa evidente dalla sottile messinscena di alcuni episodi spacciati per spontanei. Non è un caso, del resto, che i momenti migliori siano quelli in cui il film esce dalla logica del lavoro e della velocità (l'episodio più bello è quello in cui il ragazzino un po' goffo cerca di conquistare la vicina di macchina da cucire) e si incontra lo sguardo attento della finzione. O quanto meno, la capacità del cinema di giocare con la consapevolezza delle persone filmate, donando loro, nello spazio di un'inquadratura, quella bellezza e quella libertà negate dal lavoro.
Tra i tratti più riconoscibili del cinema di Wang Bing, documentarista di razza purissima, c'è senz'altro la durata. Spring, primo capitolo della trilogia Youth, non fa eccezione: per raccontare le vite degli abitanti di Zhili, schiavi moderni dell'industria del tessile, Wang dilata fino all'ipertrofia il tempo dell'osservazione e della ricerca sul campo, che lo ha impegnato per cinque anni, e poi [...] Vai alla recensione »