| Titolo originale | Habib, la grande aventure |
| Anno | 2022 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | Svizzera, Francia, Belgio |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Benoît Mariage |
| Attori | Bastien Ughetto, Sofia Lesaffre, Ahmed Benaïssa, Farida Ouchani, Sofia Elabassi Thomas Solivéres, Daphné Van Dessel, Mohamed Bensaihi, Ben Hamidou, Sophie Maréchal, Michel Schillaci, Benjamin Torrini, Inès Banzet Benhagouga, Jamal Hallouzi, Anton Kouzemin, Myriem Akheddiou, Michel Fau, Michel Israel, Salim Talbi, Benoît Strulus, Alain Bellot, Bilal Aya, Frédéric Clou, Mohamed Ouachen, Isabelle Anciaux, Sébastien Waroquier, Nathalie Laroche, Baptiste Sornin, Philippe Grand'Henry, Fatma El Mabrouck, François Neycken, Sandra Zidani, Bruno Georis, Martin Verset, Catherine Deneuve. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 16 dicembre 2024
Un giovane attore è alla ricerca dell'occasione della svolta. Forse il momento sta per arrivare.
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CONSIGLIATO SÌ
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Habib, ragazzo belga di origine magrebine, ha una trentina d'anni e vive ancora con la madre a Molenbeek, comune vicino a Bruxelles caratterizzato da un'alta percentuale di immigrati. Attore dalla carriera poco definita, a teatro prova una pièce dove interpreta, lui musulmano, San Francesco d'Assisi e nel frattempo viene ingaggiato per una parte di gigolò in un film con Catherine Deneuve. In conflitto con il padre malato di Alzheimer e soprattutto con sé stesso, Habib dovrà trovare il modo di capire chi è veramente e cosa vuole dalla vita, prima di cominciare a fare seriamente il suo mestiere.
Una commedia stralunata ambientata nel mondo del teatro e del cinema belgi, di cui il regista dà un (auto)ritratto spietato e grottesco, tra snobismo e squallore.
In originale il titolo del film ha un pezzo in più, oltre al nome del protagonista: la grande aventure, la grande avventura, così da rendere chiara l'intenzione di raccontare una storia di formazione dal valore simbolico. L'ironia è evidente già dall'incipit, in cui Habib, svegliatosi nella sua cameretta (e non è un caso che nonostante l'età si comporti ancora come un figlio incapace di staccarsi dalla madre), vedendo due piccioni fuori dalla finestra ci parla insieme: non si sa se per provare la parte di San Francesco o perché è così dentro il personaggio da identificarsi totalmente. Non importa, in realtà, dal momento che l'incertezza è proprio l'essenza del personaggio. «Abbiamo speso così tante energie a essere chi non siamo», dice del resto Catherine Deneuve nella sua breve apparizione: chi è dunque un attore, se non qualcuno che cerca di essere chi non è? E chi è Habib, allora, che per l'intero film, quando è impegnato in un provino o è sul set di un film, deve rispondere continuamente alla domanda «Come ti chiami»? «Philippe», risponde lui, abbracciando completamente il suo ruolo. Fino a quando qualcuno gli pone la stessa domanda nella vita reale e lui può rispondere: «Habib». Senza l'accento che denoti l'inflessione araba. Solo «Habib». Giusto per ribadire il paradosso, l'attore che interpreta il protagonista, Bastien Ughetto, è francese, ha origini argentine e non marocchine, eppure come magrebino è credibilissimo, e tanto basta al regista e sceneggiatore Benoît Mariage per allestire un gioco di apparenze e verità che manda in corto circuito la questione dell'identità nel mondo contemporaneo.
Habib è un figlio d'immigrati di Molenbeek, il famigerato comune che ha dato i natali a diversi jihadisti, e proprio per la sua origine interpreta solo ruoli di detenuto, ladro, gigolò. Anche quando veste i panni di San Francesco, però, non è altro che un pretesto per creare polemiche, un corpo fuori luogo o un sasso scagliato con presunto spirito rivoluzionario... Se non fosse che il regista teatrale responsabile della pensata è un fighetto bianco e ricchissimo, e soprattutto un perfetto cretino. Tutto è falsità, dunque, nella vita di Habib, comprese le pose che assume con il padre sempre più assente o le facce che mostra alla madre tradizionalista (o all'imam più interessato alla Deneuve che al presunto scandalo del suo ruolo di San Francesco, che scherzosamente chiama «l'addestratore d'animali»). Habib deve negoziare la sua posizione nel mondo con la madre, la sorella, il padre e la nuova compagna di quest'ultimo - cioè il privato - e al tempo stesso con la comunità in cui vive e con gli spettatori dei suoi lavori, che rappresentano invece la dimensione pubblica: come tutti, anche lui è parte del mondo e nel mondo non ci sa stare... Semplice da capire, come in fondo è semplice da vedere il film, anche quando alla fine il continuo girovagare porta Habib a incontrare un po' a sorpresa una ragazza cieca, e a confrontarlo con qualcuno che non lo vede, e forse proprio per questo lo sa sentire, percepire e chiamare nel modo giusto...
Habib, ragazzo belga di origine magrebine, ha una trentina d'anni e vive ancora con la madre a Molenbeek, comune vicino a Bruxelles caratterizzato da un'alta percentuale di immigrati. Attore dalla carriera poco definita, a teatro prova una pièce dove interpreta, lui musulmano, San Francesco d?Assisi e nel frattempo viene ingaggiato per una parte di gigolò in un film con Catherine Deneuve. In conflitto con il padre e soprattutto con sè stesso, Habib dovrà trovare il modo di capire chi è veramente e cosa vuole dalla vita.
Una commedia stralunata ambientata nel mondo del teatro e del cinema belgi, di cui il regista dà un (auto)ritratto spietato e grottesco, tra snobismo e squallore. In originale il titolo del film ha un pezzo in più, oltre al nome del protagonista: la grande aventure, la grande avventura, cos? da rendere chiara l'intenzione di raccontare una storia di formazione dal valore simbolico.