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Ultimo aggiornamento lunedì 19 gennaio 2026
Storie interconnesse di persone che lottano per sopravvivere in Spagna dopo un blackout totale.
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Un improvviso picco di attività solare manda in tilt le reti elettriche e di comunicazione di una vasta porzione del pianeta. In Spagna, dove si concentra il racconto, cinque vicende autonome ma tangenzialmente connesse seguono altrettanti gruppi di persone costrette a riprogettare la propria vita dal minuto zero della crisi. C'è un dirigente della Protezione Civile che, mentre gestisce un grave incidente ferroviario, intuisce l'arrivo dell'onda d'urto e tenta di convincere i livelli politici ad agire prima che sia tardi; settimane dopo, una direttrice d'ospedale combatte la carenza di energia, farmaci e personale stabilendo criteri dolorosi di ammissione. Nel terzo episodio, in un complesso residenziale, una madre cerca di proteggere la figlia adolescente mentre ai cancelli si addensano giovani senza risorse; lontano dalle città, un pastore che ha sempre vissuto con poco difende il suo gregge e una nuova, fragile alleanza. Infine, nell'episodio finale che si riconnette direttamente al primo, una donna approda nella casa di campagna di famiglia il giorno dopo il blackout e impara a convivere e lavorare con i braccianti che già abitavano quei campi.
Lo scheletro narrativo è semplice: cinque tempi dello stesso sisma morale - l'impulso a negare, l'adattamento d'emergenza, il conflitto perimetrale, l'istinto di sopravvivenza e la ricerca di un equilibrio - osservati in scala umana.
Il panorama recente spagnolo ha messo spesso alla prova scenari di collasso, da La zona (Movistar+, 2017), che immagina le conseguenze di un incidente nucleare nel nord del paese, a La barriera (Atresmedia/Netflix, 2020), distopia su scarsità e autoritarismo che ha poi aperto la strada ad altre produzioni, fino alla più recente Il rifugio atomico (Vancouver Media/Netflix, 2025), qui affine per le sensazioni di claustrofobia e di micro-comunità chiuse che si organizzano nell'emergenza. La proposta di Apagón, però, sposta l'attenzione sulla gestione concreta della crisi e sul formato antologico firmato da cinque registi che, in qualche modo, danno una loro visione specifica all'apocalisse, seppur coerente e confluente nella medesima "morale". Serie originale Movistar+ prodotta da Buendía Estudios, Apagón è stata presentata al Festival di San Sebastián, dove ha conquistato il Forqué 2022 come Miglior Serie e il premio a Jesús Carroza per l'interpretazione maschile.
Il contesto rende la serie particolarmente persuasiva: l'azione affonda nel presente stressato che abbiamo già sfiorato, quello cioè della pandemia da Covid 19, non tanto in un futuro remoto. Questo spostamento la rende forse meno distopica di altre produzioni post-apocalittiche, ovvero una distopia in presa diretta: le memorie recenti delle corsie sature degli ospedali, delle fragili filiere emergenziali, dell'austerità energetica e delle ordinanze contraddittorie restano molto vivide in questa ipotesi di un corto circuito di lunga gittata in cui, molto piacevolmente, il referente statunitense viene a mancare. La serie viene realizzata nel 2022 e, in un certo senso, prefigura l'attuale disinteresse dell'amministrazione americana alla realtà europea. L'ambientazione interamente spagnola, seppur il disastro raccontato sia globale, non risente, perciò, dell'assenza del "capo" statunitense, anzi, le permette (finalmente?) di dimenticarsene, di occuparsi della nostra - di noi europei - distopia personale e presente. Allo stesso tempo, inoltre, l'ambientazione innesta la catastrofe nel quotidiano degli uffici ministeriali, dei condomìni, delle strade di provincia, dei pascoli. L'oggetto del racconto è l'infrastruttura sociale che le persone riescono o faticano a costruire quando il supporto tecnologico evapora. Sul piano tecnico, l'architettura antologica funziona benissimo: ogni episodio ha la mano riconoscibile del proprio regista e usa un diverso regime formale come lente. Il primo capitolo impiega una regia asciutta e paziente che predilige scene lunghe e la frizione tra stanze del comando. Nel secondo, la macchina a spalla, i piani sequenza e una luce sporca trasformano l'ospedale in un organismo affannato e in urgenza. Il terzo episodio abbassa il ritmo e lavora sull'architettura del perimetro, con un preciso controllo dell'inquadratura e il lavoro con gli spazi comuni di una ri-urbanizzazione in cui - a differenza del racconto post-apocalittico americano, e soprattutto di quello che mette al centro la nuova generazione di bimbi perduti (si pensi a The 100) - il contrasto tra gruppi, tra fasce sociali e/o generazionali viene tradotto in immagini, permettendo di percepire la paura, non di instillarla artificiosamente nel pubblico. Il quarto è il più spazioso: paesaggi montani, il silenzio intermittente fra due personaggi che si annusano a distanza; una sorta di western pastorale in cui la modernità arretra e restano le competenze specifiche per sopravvivere. Il quinto richiude il cerchio con primi piani e un uso pragmatico del fuoco e dell'acqua come oggetti di scena. Ogni episodio mette in scena un diverso attrito etico: la fatica di ammettere che il rischio è reale e che la burocrazia rallenta l'azione (in "Negazione", diretto da Rodrigo Sorogoyen); la crudeltà impersonale del triage e l'angoscia di chi decide il confine fra curabile e sacrificabile (in "Emergenza", di Raúl Arévalo); la nascita di comunità esclusive che proteggono se stesse dipingendo gli altri come minaccia (in "Confronto", di Isa Campo); la mutazione del valore, in una condizione in cui contano acqua, cibo, saperi pratici, non lo status o l'appartenenza a un gruppo sociale o familiare (in "Sopravvivenza", di Alberto Rodríguez); la possibilità di ricominciare per necessità più che per slancio (in "Equilibrio", di Isaki Lacuesta). Dentro questo quadro trovano spazio alcune difficoltà narrative: talvolta la rappresentazione dei gruppi marginalizzati scivola in scorciatoie visive e narrative; ciononostante, i personaggi vengono spesso lasciati respirare - dall'adolescente che spia il mondo oltre le recinzioni al funzionario che capisce di non poter più salvare tutto - e questo permette all'umanità di emergere con caratteri a cui non siamo abituati dalla tradizione distopica statunitense. è una serie distopica ma anche fortemente realistica - un realismo dell'assenza - in cui le immagini evitano il disastro: non vedremo cadere su Madrid aeroplani, né masse di uomini e donne calpestarsi, benché sia ipotizzabile, plausibile, anche narrativamente temuto dai protagonisti. Viene piuttosto usato il buio per scolpire le relazioni, il suono in presa diretta per far emergere la trama di un mondo senza elettricità. Nessun colpo di scena, quindi, ma un realistico e godibilissimo accumulo di conseguenze. In questo senso, più che un racconto post-apocalittico, la serie funziona come un racconto procedurale del presente: mostra dapprima i processi decisionali, assistenziali, comunitari sotto pressione, per poi spostarsi dal generale allo specifico, dal campo totale al particolare. Il punto di vista è tutt'altro che eccezionalistico - mancano anche gli eccessi mélo che ben potevamo aspettarci da una serie drammatica spagnola - e prevale invece la procedura, la ridefinizione di una struttura, che permette al pubblico di percepire il substrato narrativo, il senso finale del racconto, ben dichiarato nell'ultimo episodio. Il finale di Apagón suggerisce che un equilibrio, se arriva, passa da una ridefinizione radicale delle priorità e da una ridistribuzione delle competenze. La serie lascia così il ritratto di un paese colto di sorpresa, ma anche un manuale (incompleto ma utile) di convivenza minima, ricordando che la vera infrastruttura critica sono le relazioni, non l'elettricità: è quando saltano le relazioni che si spegne tutto.