| Anno | 2021 |
| Genere | Biografico, |
| Produzione | Svezia, Danimarca, Paesi Bassi |
| Durata | 100 minuti |
| Regia di | Jens Sjögren |
| Attori | Granit Rushiti, Dominic Andersson Bajraktati, Cedomir Glisovic, Merima Dizdarevic Emmanuele Aita, Duccio Camerini, David S. Lindgren, Didrick Gillstedt. |
| Uscita | giovedì 11 novembre 2021 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,60 su 11 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 8 novembre 2021
Il calciatore che ha raggiunto la fama mondiale non solo grazie al formidabile talento sul campo di calcio, ma anche per l'inconfondibile carisma, l'esuberanza e la sicurezza che lo contraddistinguono. In Italia al Box Office Zlatan ha incassato 1,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO NÌ
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Zlatan è un bambino vivace ed energico, animato dall'impazienza tipica della sua età. Ma lui sembra diverso dagli altri e vuole dimostrare di esserlo attraverso il suo talento, quello per il calcio. Zlatan vive in un sobborgo di Malmö, Rosengård, abitato perlopiù da immigrati. Lui stesso è figlio di immigrati jugoslavi. Il futuro campione cresce sotto l'ala del suo ghetto, tra il divorzio dei suoi genitori, la sua cattiva condotta scolastica e il pregiudizio di chi lo vede solo come uno bambino problematico. Dai primi anni fino alle giovanili del Malmö FF, dai primi gol sui campi di fango a quelli sull'erba dei professionisti: Zlatan è la storia del bambino e del ragazzo, prima che dell'uomo e del campione che tutti conoscono e riconoscono.
Zlatan è un biopic che non glorifica e non diffama, che non giudica e non giustifica, ma che racconta con buona tecnica, e qualche leggerezza, i primi passi del calciatore.
In una delle prime scene del film, l'allenatore dell'Ajax Ronald Koeman richiama la squadra al centro del campo di allenamento. Tutti si affrettano, abbandonano i palloni e si chiudono a cerchio attorno al proprio mister. Sotto la pioggia, Zlatan Ibrahimovic cammina lentamente verso di loro. Per un momento sembra essere da un'altra parte, fuori da quel perimetro umano che i suoi compagni formano con orgoglio. Una volta dentro, Zlatan sembra ancora lontano. Il biopic, attraverso il calciatore bambino e quello più prossimo al professionismo, mostra un protagonista che tutto fa ma lo fa sempre al di fuori di tutto. Oltre le regole, gli schemi, le convenzioni e le consuetudini, c'è lo Zlatan inedito figlio del suo quartiere, quasi padrone di un carattere ben delineato ma ancora lontano da quello che sarà, ancora fuori dal cerchio.
Tratto dall'autobiografia "Io, Ibra", scritta da David Lagercrantz con lo stesso Ibrahimovic, il film di Jens Sjörgen non perde mai la bussola per quanto riguarda il fine ultimo dell'opera: un racconto incontaminato, secco e lucido, fuori da ogni logica celebrativa e autoreferenziale.
Il film racconta tre momenti ben distinti del primo Ibrahimovic: il bambino, il ragazzo alle prese con il professionismo e il campione che sta per nascere. Con il ritmo che contraddistingue quello di un'azione calcistica ben manovrata, Zlatan si muove abbastanza bene tra una sequenza e l'altra, pur concedendo a volte la sensazione di cesura filmica che lascia in parte interdetti e soddisfatti a metà. La percezione, anche se non troppo spesso, è quella di un'accelerazione senza compromessi che spezza tanto la tensione quanto il coinvolgimento. Questo sfilacciamento in termini narrativi non danneggia la bontà del film ma restituisce una leggera sensazione di discontinuità.
Buona la regia di Jens Sjörgen, lontana dai canoni documentaristici e più vicina a quelli peculiari di un film drammatico. La sua regia non lascia spazio ad alcuna presa di posizione, ma tende invece a restituire, nel senso più genuino del termine, l'autenticità della messa in scena. Non è mai la macchina da presa a raccontare, ma sempre il soggetto inquadrato. Spesso è proprio il protagonista, ripreso di spalle con un movimento di macchina a seguire, a rivelare qualcosa di sé stesso e più in generale dell'ambiente intorno.
Proprio di quell'ambiente, di cui fanno parte il quartiere, i campetti da calcio, le amicizie e la famiglia di Zlatan, il film si fa carico narrativo senza però indagare su un aspetto piuttosto che su un altro. Il film galleggia sulla superficie e non si addentra quasi mai nelle profondità dei rapporti umani, laddove, per esempio, quello tra Zlatan e i suoi genitori poteva essere approfondito. Tale scelta risulta comunque comprensibile ai fini di quell'intrattenimento che il biopic vuole garantire.
Zlatan non va molto oltre quelli che sono i principi tematici e filmici del genere, ma proprio attraverso il genere propone un film solido tecnicamente e soprattutto un protagonista capace di catturare l'attenzione. È il racconto di un bambino, di un ragazzo e poi di un campione, che pur emergendo dal proprio ghetto continua a vestirne tutti gli aspetti come una seconda pelle.
Zlatan è una metafora sullo sport e sul difficile cammino verso il successo, una storia per appassionati che con il suo impianto drammatico in fondo è anche un po' per tutti.
Perché nel biopic Zlatan i genitori del protagonista si separano quando il bambino è grande? Nella realtà Ibrahimovic aveva due anni
Che Zlatan Ibrahimovic sia un personaggio mediatico – da copertine, da servizi televisivi, pubblicità, stories su Instagram e ovviamente anche da film – lo sappiamo da sempre, da quando, a inizio anni Duemila, ormai vent’anni fa, la sua figura alta e possente, apparentemente più adatta ad altri sport che non il calcio, ha cominciato a essere notata nei campi di tutta Europa, con quella maglia dell’Ajax sempre uguale e sempre meravigliosa che prima di Ibrahimovic era stata di almeno due dei più grandi campioni di sempre, Johan Cruijff e Marco Van Basten.
Da allora Ibra (come da tempo ormai lo si chiama) ha vestito la maglia di quasi tutte le grandi d’Europa: dopo il Malmö FF che lo lanciò, l’Ajax, per l’appunto, e poi Juventus, Inter, Barcellona, Milan, Paris Saint Germain, Manchester United, più la parentesi nel calcio americano ai LA Galaxy e nel 2020 il ritorno al Milan e al campionato italiano, dove tra una pausa e l’altra per piccoli infortuni a 40 anni è ancora in grado di fare la differenza.
Se di Ibra si sa tutto o quasi lo si deve in gran parte alla sua fama duratura e alla sua continua, non proprio discreta esposizione mediatica (con tutto il campionario di meraviglie sul campo, acrobazie, gol decisivi, dichiarazioni roboanti, spacconate, reazioni violente, liti con colleghi, insulti a compagni e avversari e così via) e per il resto a una biografia di una decina di anni fa, “Io, Zlatan”, scritta dal giornalista David Lagercrantz, da cui è tratto il film di Jens Sjögren presentato in anteprima mondiale all’ultima Festa del cinema di Roma e ora al cinema per Lucky Red.
Non un documentario su Ibrahimovic, com’era qualche anno fa Ibrahimovic. Diventare leggenda (2015), ma una storia di finzione – un classico romanzo di formazione – sui primi anni della vita del giocatore e futuro campione: l’infanzia e l’adolescenza a Malmö, «dal lato sbagliato della strada», come ha detto lui stesso, svedese figlio di un muratore bosniaco e di una donna delle pulizie croata, cresciuto coi fratelli Sapko e Aleksandar e la sorella Sanela dividendosi fra i genitori divorziati; i primi calci in una squadra locale; l’arrivo nelle giovali di Malmö FF; il carattere spigoloso e rabbioso fin da bambino («stronzetto prepotente» lo chiama il suo primo allenatore); il furto di bici per andare ad allenarsi; i falli ai compagni di squadra in allenamento; gli scontri con l’allenatore e il passaggio alla prima squadra; l’acquisto dell’Ajax e tutto ciò che si sa di quel periodo, l’enorme talento vanificato dalla pigrizia; gli scontri con l’allenatore Ronald Koeman; l’incontro con il procuratore Mino Raiola (raffigurato non proprio fedelmente come un uomo del popolo seduto alla tavola dei grandi…); la trattativa con la Juventus di Luciano Moggi (raffigurato in maniera un po’ più fedele come un losco figuro minaccioso) e infine il passaggio alla squadra di Torino il 31 agosto 2004.
Il tutto raccontato a incastro, con continui passaggi dall’età adulta all’infanzia e all’adolescenza mettendo in luce soprattutto la lotta di Zlatan contro i pregiudizi della sua origine slava e proletaria, gli svantaggi del suo caratteraccio, la natura controversa dell’uomo salvata dal talento sopraffino del giocatore…
Celebrativo anche quando mette evidenzia i lati oscuri del protagonista, il film di produzione svedese e danese, scritto da Jakob Beckman e dallo stesso David Lagercrantz, è un biopic in piena regola: la vita di una grande figura dello sport è raccontata come un viaggio dell’eroe funestato da ostacoli fisici e ideali, in cui proprio la difficoltà del percorso non fa che rendere ancora più grande la vetta raggiunta.
«Il resto è storia dello sport», dice la didascalia finale dopo aver annunciato il passaggio di Ibra alla Juve: sarebbe stato più corretto aggiungere, «e anche dello spettacolo».
La prospettiva sarebbe anche giusta, perché aggira il territorio vischioso dell'agiografia in vita e si tiene al contempo alla larga dal pregiudizio. Ma Zlatan - nelle sale italiane dopo l'anteprima alla Festa del Cinema di Roma - è un film di formazione parecchio esile, che mantiene poche delle promesse elargite: al dunque, è agonisticamente spento, oltre a non saper cogliere né approfondire (forse [...] Vai alla recensione »