| Anno | 2021 |
| Genere | Horror |
| Produzione | Italia |
| Regia di | Roberto De Feo, Paolo Strippoli |
| Attori | Matilda Anna Ingrid Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Will Merrick (II) Yuliia Sobol, Alida Baldari Calabria, Cristina Donadio, Francesca Cavallin, Justin Korovkin. |
| Tag | Da vedere 2021 |
| MYmonetro | 3,09 su 13 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 16 giugno 2021
Un omaggio alla tradizione di genere italiana che, partendo da riferimenti classici, arriva a creare qualcosa di completamente nuovo. Il film ha ottenuto 1 candidatura a David di Donatello,
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CONSIGLIATO SÌ
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La giovane Elisa sta tornando a casa dalla famiglia per interrompere una gravidanza appena scoperta. Attraverso un'app di carpooling si unisce al camper di Fabrizio, studente di cinema, che già contiene Riccardo, un medico, e una giovane coppia. Mentre attraversano l'entroterra calabrese, i cinque hanno un incidente e non riescono a rimettere in moto il mezzo. Nei dintorni solo boschi e un'abitazione misteriosa, e nessuna traccia della strada che percorrevano. Quando cala la notte, il gruppo è costretto a prendere riparo all'interno della casa, rendendosi conto di non essere soli.
Si era già fatto notare con il precedente The Nest, Roberto De Feo, giovane specialista dell'horror che sembra aver intrapreso un percorso di rivisitazione del folklore nostrano in chiave "paurosa". Insieme al collega Paolo Strippoli, De Feo firma ora A Classic Horror Story, opera che fin dal titolo vuole segnalare un'adesione piena agli standard del genere, e al tempo stesso inserire dei commenti "meta" sull'attitudine italiana ai dettami dell'horror.
Questa doppia natura fa sì che il film sia insieme timido e sovversivo, obbediente e ribelle. I due registi ambientano la storia in una Calabria che all'inizio sembra l'America profonda, con un diner a bordo strada e un camper pronto per il classico road trip, e che poi si evolve in una mitologia dell'orrore sulla leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre fratelli spagnoli che avrebbero portato in Italia le organizzazioni mafiose.
La ricca tradizione storico-culturale delle regioni italiane può essere una miniera d'oro per il cinema di paura, e negli ultimi anni sempre più sceneggiatori hanno sfruttato questo incrocio (oltre a The Nest stesso, si veda ad esempio Cruel Peter con il terremoto di Messina). A Classic Horror Story si inserisce in questo trend seppure in modo distaccato e un po' aziendale, perché in fondo l'approccio "glocal" delle produzioni Netflix ammette l'elemento locale solo fino a un certo punto. Poco importa, perché anche questa componente è in realtà parte di un ulteriore discorso su cosa voglia lo spettatore al giorno d'oggi e in quale forma gli artisti decidano di darglielo.
Prima di arrivare al fatidico epilogo, De Feo e Strippoli confezionano lungo la strada un horror solido su cinque archetipici malcapitati e sul tratto di bosco da cui non riescono a uscire.
Il primo incontro con le tre minacciose figure che li perseguitano è particolarmente ben realizzato, e senza troppo splatter mette alla prova la capacità di sopportazione del pubblico (tormentato pure da un ispirato uso del brano "La casa" di Sergio Endrigo). Anche i personaggi deviano poco dai modelli convenzionali, con Matilda Lutz ragazza protagonista, il sempre piacevole Peppino Mazzotta egoista ma buono, e Francesco Russo nel ruolo più interessante e più radicato nel territorio, che parte come classica guida metatestuale e si evolve poi in qualcosa d'altro.
Più che un serio tentativo di lavorare la forma horror nel contesto dell'industria italiana, A Classic Horror Story finisce per essere un grido di frustrazione citazionista forse troppo ovvia e legata al postmodernismo anni Novanta. Pur sempre di grido si tratta, però, il che è un segno di vita importante. Il talento di De Feo e la sua astuta attenzione alle logiche del genere farà il resto.
A classic Horror Story è un film che se, ironicamente, nel titolo attua una precisa scelta di campo verso la tradizione, nei fatti rivela un’ambizione più complessa. Innanzitutto attraverso l’uso del commento musicale, con le note liete di Il cielo in una stanza di Gino Paoli e La casa di Sergio Endrigo che accompagnano le scene più cruente.
I primi brividi arrivano dopo pochi secondi. Mentre nella colonna sonora risuonano le note di Il cielo in una stanza di Gino Paoli, la macchina da presa inquadra la testa di un cervo imbalsamato appesa alla parete di uno chalet e poi arretra e allarga fino a mostrare su un tavolaccio di legno i piedi e le gambe insanguinate di una ragazza legata che mugola di dolore e di paura.