| Anno | 2017 |
| Genere | Commedia, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 91 minuti |
| Regia di | Nico Cirasola |
| Attori | Pietro Masotti, Tatiana Luter, Claudia Cardinale, Nicola Nocella, Luca Cirasola Alessandro Haber, Rosaria Russo, Rosa Palasciano. |
| Uscita | giovedì 24 maggio 2018 |
| Distribuzione | Bunker Lab |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,15 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 28 gennaio 2022
Il ritorno di Rodolfo Valentino a Castellaneta, il suo paese natale, per ritrovare i luoghi e le persone a lui cari. In Italia al Box Office Rudy Valentino ha incassato 9 mila euro .
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CONSIGLIATO NÌ
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A Castellaneta una compagnia teatrale amatoriale mette in scena la vita di Rodolfo Valentino, divo celebre e celebrato che innamorò l'America degli anni Venti. Il capocomico, appassionato cultore dell'attore, dirige un gruppo svogliato di comprimari che non sembra prenderlo troppo sul serio almeno fino a quando un uomo e una donna in abiti d'epoca non irrompono sulla scena. Pieni di un fascino lontano, giurano di essere Rudy Valentino e Natacha Rambova, sua consorte. È l'inizio di un singolare viaggio nel tempo e nel paese natale dell'attore, che ritrova gli affetti più cari e fa i conti col proprio irriducibile mito.
Rodolfo Valentino è nato nel 1895, l'anno dell'invenzione del cinematografo e segno premonitore di una vita passata sotto i proiettori.
Prima star e primo mito della settima arte, il divino Rudy continua ad affascinare novantadue anni dopo la sua morte. Esotismo, fierezza, malinconia, si possono leggere molte cose in quel volto e molte ne hanno lette studiosi, critici e semplici spettatori. Un volto polisemico e patemico, carico di sensi plurimi, variegati, imprevedibili, che accoglie le emozioni che la storia o il suo pubblico decidono di depositare sulla sua superficie. E a quel paradigma della mascolinità del cinema muto, a quella fotogenia che è insieme 'dono' e costruzione culturale, Nico Cirasola si rivolge per omaggiare il suo conterraneo più celebre, ricostruendo il suo viaggio alle origini tre anni prima della sua prematura dipartita.
Ma l'omaggio, senza dubbio sincero e destinato alle nuove generazioni nella tirata naïf di Nicola Nocella, sembra ignorare l'evidenza del mito che vuole raccontare. Un mito resistente a qualsiasi classificazione e impietoso con chi vuole confrontarsi con lui.
Lo aveva già fatto fallendo Ken Russell nel 1977 (Valentino) che si era però rimesso a Rudolf Nureyev, alla consistenza che il ballerino conferiva al personaggio elevando la pochezza della sceneggiatura. D'altra parte Nureyev era il simbolo vivente di tutto quello che Valentino rappresentava: il divo di levatura internazionale, il trionfo abbagliante e lampante dell'emigrato nel paese di accoglienza, l'immaginazione melodrammatica dell'immigrato, il carattere misterioso e ambiguo, il carisma sessuale che agiva sulle donne come sugli uomini.
Diversamente Pietro Masotti, come Gabriel Garko prima di lui (Rodolfo Valentino - La leggenda), è impotente. E a suo modo innocente perché non è una questione di training, si tratta soprattutto di aura, di aura magica. Non diventiamo tutti attori, per farlo è necessario lavorare. Allo stesso modo non tutti gli attori diventano divi, per esserlo la pratica non basta. Ogni attore interpreta un personaggio ma solo il divo sa impersonarlo sovrapponendo la sua immagine a quella del personaggio.
Geneticamente disposto all'eternità, Rodolfo Valentino produceva un'esuberanza sensuale che passava attraverso la sua relazione con la luce dei set, la padronanza della gestualità, degli effetti prossemici, dei processi empatici, della spontaneità (controllata) della mimica facciale che resiste a mille visioni. Il suo volto scaricava sullo schermo tutta la luce assorbita dal mondo, facendosi declinazione radiosa, combinazione chimica convertita in segno incancellabile, traccia impressa e persistente nel cuore e negli occhi. Combinazione chimica tanto prodigiosa quanto rara. Appunto.
Ad atterrare l'inerte Valentino di Masotti contribuiscono un carosello di personaggi bidimensionali, i dialoghi didascalici e la declamazione esitante che rende un servizio irriverente a un artista irraggiungibile, adulato dalle donne e creato per loro. Non si improvvisa lo charme esotico e lo sguardo di velluto declinato dai suoi personaggi (tanghèro argentino, cosacco russo, principe indiano, sceicco, torero, gigolò...), irradiazioni permanenti del fascino e del mistero della bellezza. Non si comprende soprattutto il recupero di quella memoria collettiva che lo vuole incarnazione di un manierismo kitsch. Quello che le nuove generazioni dovrebbero davvero apprendere del divo pugliese è fino a che punto questa immagine è ingiusta. Levigato sì, vistosamente incipriato senza dubbio ma le sue performance rimangano di una stordente semplicità. Infinitamente più sobrie e naturali di quelle di molte partner femminili di cui era sovente al servizio. Con una modernità e una fluidità di movimento che incrina lo spessore del trucco. Sulla sua plasticità lo star system realizza il suo capolavoro, Rudy Valentino un naufragio incapace di verificare la resistenza di un mito. Un mito che contribuì più di qualsiasi altro alla cristallizzazione di un'italianità atlantica, la proiezione oltreoceano dell'idea Italia.
Trovo che gli attori siano centrati nei loro ruoli e che ogni parte di questo film, dalla sceneggiatura alla fotografia, alla colonna sonora, collabori alla realizzazione di un’atmosfera dolce e nostalgica, di leggera poesia, e al recupero di un Rodolfo Valentino alla portata delle nuove generazioni.