The Night Manager

Film 2016 | Thriller

Regia di Susanne Bier. Una serie con Tom Hiddleston, Hugh Laurie, Elizabeth Debicki, Olivia Colman, Hovik Keuchkerian. Cast completo Titolo originale: The Night Manager. Genere Thriller - Gran Bretagna, USA, 2016, Uscita cinema domenica 21 febbraio 2021

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Ultimo aggiornamento giovedì 8 gennaio 2026

Una miniserie di spionaggio divisa in sei parti e tratta dal romanzo "Il direttore di notte" di John Le Carré. La serie ha ottenuto 3 candidature e vinto 2 Golden Globes,

Consigliato assolutamente no!
n.d.
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Due uomini in lotta.
lunedì 9 gennaio 2017
lunedì 9 gennaio 2017

Jonathan Pine lavora la notte in un hotel di lusso del Cairo ma è anche un ex soldato britannico. Viene quindi reclutato da Angela Burr, capo di una task force del ministero degli Esteri inglese, che opera contro la vendita di armi illegali. Il suo compito è avvicinarsi e infiltrarsi nella cerchia ristretta di Richard Roper, un potente e pericoloso trafficante. La miniserie vede nei ruoli chiave attori del calibro di Tom Hiddleston nei panni di Jonathan Pine e di Hugh Laurie in quelli di Richard Roper, oltre che di Olivia Colman in quelli di Angela Burr. Da notare che il compianto John le Carrè fa un cameo nel quarto episodio. Dieci anni dopo è stata realizzata una seconda stagione sempre con Tom Hiddleston che questa volta finisce infiltrato in Colombia.

Episodi: 6
Regia di Georgi Banks-Davies.

Una spy story semplice che aderisce alle leggi della piattaforma di consumo

Recensione di Gabriele Prosperi

La seconda stagione di The Night Manager riparte a Londra, alcuni anni dopo i fatti iniziali. Jonathan Pine (Tom Hiddleston) vive sotto il nome di Alex Goodwin e coordina una piccola unità MI6, i Night Owls, che controlla gli hotel di fascia alta. Un volto legato alla vecchia operazione Roper ricompare sui monitor e lo costringe a creare una nuova copertura per infiltrarsi nella rete di Teddy Dos Santos (Diego Calva): traffico d'armi e capitali che porta fino alla Colombia. Angela Burr (Olivia Colman) riappare in modo episodico, Sally Price-Jones (Hayley Squires) lavora accanto a Pine con pragmatismo, mentre figure interne al servizio - Rex Mayhew (Douglas Hodge) e Mayra Cavendish (Indira Varma) - muovono l'indagine tra uffici e canali informali.

Il contesto produttivo di questa seconda, inaspettata e al contempo attesa stagione di The Night Manager è decisamente diverso da quello del 2016.

Non c'è più un romanzo di riferimento ("Il direttore di notte" di John le Carré): la storia è originale, pensata per estendersi oltre questa stagione, con una coproduzione BBC/Amazon e riprese tra Spagna e Colombia. Il ritorno punta sulla memoria di un marchio forte e si inserisce in una fase in cui le serie di spionaggio britanniche (Slow Horses, Alex Rider) moltiplicano unità periferiche e operazioni fuori cornice. La parentela con altri titoli si avverte, ma qui l'attenzione resta sulla sorveglianza, sugli intermediari e sulle catene logistiche del crimine.

Il ritmo è più lento rispetto alla prima stagione. La regia di Georgi Banks-Davies (I Hate Suzie, Kaos, Paper Girls), che sostituisce Susanne Bier (qui solo in veste di produttrice esecutiva), privilegia l'avvicinamento graduale: molte scene di osservazione e movimenti misurati creano una profonda separazione tra chi guarda e chi agisce. Primo, grande, elemento di differenziazione dalla serie originale è proprio questa deviazione, pagata a caro prezzo generando alcuni finali di episodio che mancano di presa.

La stagione sposta molto il baricentro rispetto all'originale. Gli hotel non sono più luoghi metaforici (lo stesso titolo della serie perde di significato) ma nodi funzionali di una rete che facilita gli scambi e le coperture. Il racconto insiste sugli intermediari, alla spasmodica ricerca di un contatto con la serie originale, e si sbilancia definitivamente quando compaiono stereotipi nel segmento colombiano o quando i forzati collegamenti con Roper si rivelano funzionali a livello narrativo. Ne derivano alcuni temi "abbozzati", che rimangono inesplorati: dalla terapia di Pine - comparsata a inizio stagione e del tutto buttata nel dimenticatoio, con un personaggio, la psichiatra Kim Saunders, che scompare del tutto - all'idea dei Night Owls come perno del racconto, introdotta nel pilot e rapidamente sacrificata a favore dell'infiltrazione in Colombia. La serie passa presto dalla sorveglianza londinese alla missione sotto copertura, lasciando quel setup più come cornice che come asse narrativo.

Nonostante ciò, il quadro complessivo è abbastanza solido, seppur non originale, ma è forse proprio questo il maggior dispiacere: la seconda stagione di The Night Manager è una più semplice spy story, che guarda al presente attraverso procedure, compromessi e catene di comando più che attraverso la retorica dell'eroe. Questa sua più chiara direzione diventa un limite: il triste finale di stagione (che non spoileriamo) sembra voler problematizzare, ma è soprattutto la conseguenza di scelte narrative lineari che conducono a un esito già tracciato.

Dove la prima stagione lavorava sull'opacità, qui Pine viene progressivamente definito e orientato: gli si costruisce una cornice psicologica stabile e si chiarisce anche il versante affettivo/sessuale, nel tentativo di ricrearne la complessità. Il risultato è opposto: il personaggio diventa leggibile e, proprio per questo, meno efficace come spia. Nella prima stagione lo era per sottrazione, per ciò che restava fuori campo; nella seconda lo è per spiegazione, e la spiegazione chiude le porte all'interpretazione dove prima, invece, le apriva, certificando così la semplificazione del percorso.

In altre parole è evidente il passaggio dal romanzo di riferimento alla piattaforma di consumo.

Episodi: 6
Regia di Susanne Bier.

Una spy story - dal cuore politico attualissimo - che smaschera la nostra economia dell'illusione

Recensione di Gabriele Prosperi

Nel caos nordafricano del 2011, Jonathan Pine, ex militare divenuto responsabile del turno di notte in un hotel di lusso al Cairo, incrocia una donna che gli affida le prove di un colossale traffico d'armi. Il tentativo di proteggerla fallisce, lasciandolo con un senso di colpa che lo spinge lontano, tra le montagne svizzere, in un altro albergo e in un'altra vita. È qui che la sua strada torna a intersecare quella del presunto burattinaio di quel commercio, Richard Roper. A Londra, un'agente dei servizi britannici, Angela Burr, vede in Pine l'occasione giusta: dargli una nuova identità e farlo scivolare nell'entourage del trafficante.

Prodotta dalla BBC, The Night Manager parte dall'omonimo romanzo (in italiano "Il direttore di notte") di John le Carré del 1993 e ne riallinea le coordinate geopolitiche a un presente molto riconoscibile - che ha perciò reso questo plot riposizionabile anche a otto anni di distanza, con una seconda stagione in arrivo nel 2026.

Inizialmente pensata come miniserie, la forma limitata a sei episodi rende l'idea di un'opera unica, rispettando quindi il testo originario, seppur trasformando la figura del manovratore istituzionale in una donna - magistralmente interpretata da Olivia Colman. Similmente, la regia totalmente affidata a Susanne Bier rende questa idea; attraverso spostamenti precisi in elicottero e panfilo, Bier ci predispone a continui cambi di latitudine - che ci trasportano repentinamente dal Nord Africa alle Baleari, dalle Alpi a Londra - per raccontare così un capitalismo senza più frontiere. Non a caso la regista di Bird Box e The Undoing vince per questa serie un Emmy Award, insieme a quello per la miglior colonna sonora (anch'esso molto meritato per Victor Reyes).

The Nigtht Manager pecca, forse, di lasciar troppo intravedere i topoi del genere: l'eroe con un passato ingombrante, l'infiltrazione costruita a strati, la seduzione come strumento operativo; tutto un insieme di tipicità che, però, vengono ben compensate e rimesse in scena con alcune modulazioni sottili. Il protagonista di Tom Hiddleston non è il cinico disincantato tipico di certe spie letterarie, ma un osservatore educato alla discrezione alberghiera. La sua trasformazione è trasversale: lo scopriamo man mano essere qualcosa che non avevamo intravisto.

La psiche di Jonathan Pine non viene raccontata linearmente, ma sopraggiunge per scatti improvvisi, inaspettatamente: è elegante - come un buon albergatore dev'essere - ma per via di un metodo che è stato raffinato nel tempo e di cui non veniamo mai messi totalmente a conoscenza; e quando deve diventare altro da sé, Pine (e Hiddleston) non recita mai sopra le righe. Il risultato è un personaggio che incarna una spia con più pelli, la cui identità s'insinua nelle pieghe delle dinamiche di gruppo, assorbendone linguaggi, decifrando man mano ciò che gli altri desiderano vedergli addosso. Un'idea coerente che attiene al testo originale (e al suo titolo).

Sul versante opposto, l'interpretazione di Hugh Laurie costruisce un nemico che non ha mai bisogno di ringhiare. Roper è un anfitrione impeccabile che sa modulare l'ironia e il paternalismo; il suo carisma ha una patina filantropica, fatta di fondazioni, donazioni e iniziative umanitarie che la serie assume come tema centrale, smontando il meccanismo per cui la beneficenza diventa un marchio di rispettabilità. La complicità del sistema passa anche dall'idea che basti il contesto giusto (un pranzo, un gala) per lavare ogni dubbio morale.

Non meno decisivi sono i ruoli attorno ai due poli, i quali definiscono, a livello corale, l'intera bilancia morale: da Olivia Colman, ovviamente, la cui Agente Burr resiste, a terra, ai giochi di potere delle stanze ministeriali, a Elizabeth Debicki, la cui Jed (amante dell'antagonista) vive in un equilibrio instabile tra attrazione per l'abbondanza e consapevolezza del suo prezzo, mostrando nei suoi silenzi tutto ciò che rimane sommerso da chi ha scelto la prossimità al pericolo come scudo e, tragicamente, come prigione personale. Fenomenale, poi, Tom Hollander, che mette in scena lo scagnozzo (Corcoran) per eccellenza - ormai suo personaggio identificativo - caratterizzato da una cortesia abrasiva e dalla capacità di filtrare con lo sguardo ogni accesso.

L'aspetto più interessante di The Night Manager è come sappia coniugare il glamour delle sue location alle colpe di un sistema capitalistico che permette - anzi necessita di - un traffico illegale di armi. Ogni sito è fotogenico ma mai veramente neutrale. In primis gli hotel, luoghi di passaggio che diventano metafora dell'intero racconto, con stanze pulite che cancellano in fretta le tracce del giorno prima e un personale addestrato a far sparire gli imprevisti. La serie mette costantemente in scena questo balletto di apparenze, in cui l'azione non esplode quasi mai in realtà e, quando arriva, è chirurgica, funzionale più a lasciare degli echi che dei detriti - sebbene la distruzione mostrata dalle armi di questo traffico (il)legale sia spaventosa (e spaventosamente realistica).

La serie è sorprendente per la sua capacità di raccontare il potere come uno spettacolo rassicurante, seppur celi (e venga mostrata) una capacità distruttiva disarmante. È qui che la regia trova un punto di contatto con certo cinema di spionaggio - pensiamo al Bond di Sam Mendes (Skyfall), al rigore rarefatto di La talpa di Tomas Alfredson o al cupo realismo transnazionale di La spia - A Most Wanted Man di Anton Corbijn - pur mantenendo una tonalità morale più severa. Hiddleston sfiora l'immaginario dell'agente elegante senza abbracciarne il trionfalismo; Laurie incarna il capitalista globale del XXI secolo che veste di buone cause la propria impunità; Colman rimette a fuoco la funzione pubblica come servizio e non come carriera. Quando queste linee si sovrappongono, la serie tocca davvero il suo apice: la catena logistica dell'industria bellica, i conti off-shore, i pranzi in terrazza e i dossier governativi si compongono in un'unica immagine, quella di un lusso tossico che rende digeribile l'indigeribile... ed estremamente attuale il cuore politico di questo racconto.

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giovedì 7 gennaio 2021
 

Una miniserie di spionaggio divisa in sei parti e tratta dal romanzo "Il direttore di notte" di John Le Carré. Vai all'articolo »

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