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Ultimo aggiornamento lunedì 23 ottobre 2017
Una ragazza affetta da sordità si scontra con un compagno che non accetta lo scherno dei compagni.
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Ogaki. Il liceale Shoya Ishida sta per saltare dal ponte per suicidarsi, ma all’ultimo desiste. Cinque anni prima, ai tempi della scuola elementare, nella classe di Shoya arriva Shoko Nishimiya, una ragazza sordomuta: l’accoglienza dei suoi compagni da timida diviene in breve tempo ostile. Per quanto Shoko si sforzi di essere gentile e disponibile con tutti, un gruppetto, capitanato da Shoya, si accanisce contro di lei. Cinque anni dopo Shoya ancora non è in grado di darsi pace per i torti inflitti a Shoko, anche perché la conseguenza delle sue azioni passate è la totale solitudine.
Se la trasposizione dalla carta al grande schermo si presenta già di per sé come un processo complicato e irto di difficoltà, tradurre le vicissitudini di un manga di sette volumi in un lungometraggio di 130 minuti appare come un’impresa ai limiti del possibile.
Tuttavia Naoko Yamada ce la mette tutta, limitando al minimo indispensabile le inevitabili incongruenze o i momenti ermetici, inspiegabili e non spiegati (tra questi il rapporto di Shoya con la sorella adottiva, o spunti affrontati superficialmente, come l’identità sessuale incerta della sorella minore di Shoko).
Nei 130 minuti diseguali di La forma della voce emerge chiaramente come a Yamada, più della coerenza narrativa, interessi l’intensità emotiva. E su questo punto è difficile eccepire qualcosa all’immersione a capofitto nell’inconsueto punto di vista di un ex bullo, ricca di eventi traumatici, risoluzioni che si traducono in un nulla di fatto e svolte inattese. La prospettiva è costantemente obliqua, come lo è lo sguardo di Shoya, puntato verso il basso fino a rendere i volti dei coetanei altrettante anonime X (Yamada lo esemplifica visivamente, con una certa audacia visiva). È impossibile perdonare Shoya, ma è altrettanto impossibile rinunciare a provare a comprenderne le ragioni, che sono strettamente correlate alla sua attrazione (inizialmente mascherata da repulsione) verso Shoko. Entrambi ragazzi privi di una figura paterna, entrambi dotati di una sensibilità non comune, non sono vittima e carnefice: sono vittime entrambi.
L’una, Shoko, consapevole, mentre palesa la sua natura di reietta a causa dei suoi problemi di udito; ma Shoya non è meno condannato alla alienazione dalla spietata società dei suoi coetanei. La vergogna per il proprio umile e singolare background, mai sottolineata ma costantemente richiamata, con la giusta dose di leggerezza, si mescola al senso di colpa per gli atti di bullismo perpetrati. Shoya vorrebbe riportare tutto indietro, Shoko invece vorrebbe che Shoya trasformasse il suo disagio in solidarietà, la sua ritrovata sensibilità in amore. Entrambi sanno di essere dei paria ma non riescono a condannare l’altro a un destino di emarginazione. Attorno ai due primattori ruotano alcuni riusciti personaggi satellitari, caratterizzati da una componente di egoismo, che è figlia dell’istinto di sopravvivenza in società. Non ci sono malvagi (né buoni tout court) nell’affresco di Yamada: nessuno è condannato in toto perché nessun ragazzo è un’isola, in un sistema che sembra legato inestricabilmente al darwinismo sociale più spietato. Ma anche senza eroi né villain, è giusto credere di poter migliorare, di poter crescere. Val la pena affrontare gli ostacoli più insormontabili pur di provarci.
È difficile dare un giudizio assolutamente positivo a questo film senza rischiare di ripetere quanto già detto da altri utenti. Il percorso di maturazione del protagonista (Shoya, Shoko non lo è) passa attraverso una espiazione incredibilmente sofferta, drammatica e (in certi momenti) straziante. Per renderla al meglio è fondamentale che lo si mostri nell'atto dei suoi [...] Vai alla recensione »