Stateless Things

Film 2011 | Drammatico

Titolo originaleJultak dongshi
Anno2011
GenereDrammatico
ProduzioneCorea del sud
Regia diKim Kyungmook
MYmonetro 2,50 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Kim Kyungmook. Un film Titolo originale: Jultak dongshi. Genere Drammatico - Corea del sud, 2011, - MYmonetro 2,50 su 1 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento giovedì 25 agosto 2011

Un film prodotto in Corea del Sud che racconta la storia d'amore di due giovani emigrati.

Consigliato nì!
2,50/5
MYMOVIES 2,00
CRITICA
PUBBLICO 3,00
CONSIGLIATO NÌ
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Cinema
Trailer
Due ragazzi e una ragazza privi di patria e identità, prigionieri di un'esistenza apolide.
Recensione di Emanuele Sacchi
lunedì 12 settembre 2011
Recensione di Emanuele Sacchi
lunedì 12 settembre 2011

Due ragazzi e una ragazza emarginati per ragioni diverse: un immigrato nordcoreano clandestino, una ragazza costretta a subire le avance del suo capo, un giovane dalle relazioni sregolate che si è lasciato con il facoltoso boyfriend (che lo manteneva).
Memore della lezione di Antonioni, poi sottoposta alla cura Tsai Ming-liang, Kim Kyungmook ripropone stilemi già visti in molto cinema d'autore recente dell'Estremo Oriente, senza apportare elementi di reale innovazione. Spazi vuoti per riproporre l'assenza di sentimenti che riempiano il cuore a sufficienza per poter scacciare la solitudine dell'outcast, silenzi prolungati interrotti da brusche scene di sesso, che non disdegnano digressioni hard. Un cinema apolide, che rifiuta la propria nazionalità proprio come i suoi personaggi, le "cose senza patria" di cui parla il titolo programmatico. Lontanissimo dall'estetica del cinema coreano mainstream, sovente patinato e assai attento a una (convenzionale) cura formale, Kyungmook sembra farci intendere che da Il fiume o Vive l'amour sia passato un giorno, benché da ormai più di un decennio Tsai Ming-liang stesso fatica a trovare nuove vie per esprimere la sua poetica e rivitalizzare il suo cinema. E così, dopo un inizio in medias res in cui la macchina da presa non si ferma mai per trasmettere l'angosciante inquietudine dei protagonisti, ben presto la sensazione di déjà vu prende il sopravvento, chiudendosi in un ermetismo irritante (perché gioco intimamente ed esclusivamente autoriale) e nascondendosi in metafore involute su Eros e Thanatos. Piacerebbe vedere le indubbie qualità di Kyungmook al servizio di un cinema più innovativo e personale.

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