| Anno | 2008 |
| Genere | Documentario |
| Produzione | Giappone |
| Durata | 102 minuti |
| Regia di | Seiichi Motohashi |
| Tag | Da vedere 2008 |
| MYmonetro | Valutazione: 4,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento martedì 20 ottobre 2009
Quanto è importante la vita di un baobab pluricentenario posto in un villaggio a 30 kilometri a ovest di Dakar, per l'esistenza dei suoi abitanti?
|
ASSOLUTAMENTE SÌ
|
Un albero imponente può raccontarci la storia di mille anni fa, o forse più. La storia della civiltà, dell'uomo, del mondo, dei suoi mutamenti. Questo è il maestoso, curioso, rigoglioso ma anche spoglio, baobab, a detta del regista giapponese Seiichi Motohashi che con un bellissimo documentario ci parla del rapporto dell'uomo con la natura. Un filmato intenso, dalle immagini bellissime; ottime la fotografia, la regia, il montaggio. Un'opera che arricchisce la nostra cultura, ma anche lo spirito. L'albero madre, così chiamato per i suoi rigonfiamenti che somigliano a grandi seni di donna, ha in sé lo spirito degli avi; benefico per le articolazioni, prezioso per i suoi frutti, con le sue foglie si ottiene il lalo, un'erba ricca di ferro e calcio fondamentale per la dieta quotidiana. Siamo in Senegal, lontani da Dakar, nel villaggio di Touba Toul, e la storia è quella di una comunità, di una famiglia allargata, con ben due mogli, un padre lavoratore, figli di tutte le età, tra cui spicca il simpatico Modou, desideroso di andare alla scuola pubblica, ma costretto ad aiutare il padre nei mille lavori della terra. C'è la raccolta del miglio, la semina delle arachidi, la cura del bestiame, il taglio delle fronde del baobab e tutto ciò che la pianta offre. L'imponente albero si presta alla vita dell'uomo: la sua corteccia permette di realizzare corde per i pozzi, ma è anche luogo sacro per le guarigioni. Il villaggio dipende da quest'arbusto e ne contempla l'esistenza, tutta la vita di questi uomini, che non sono poveri e denutriti, al contrario di chi vive nella capitale, ruota intorno all'albero di cui il territorio è pieno. Seguiamo la vita del villaggio scoprendo come lavorano, giocano, mangiano o vanno al mercato del sabato. Scopriamo come si vestono, come cucinano e mangiano, ma anche come organizzano la festa annuale che si caratterizza per l'esibizione di alcuni menestrelli armati di tamburo, fatti in casa con la pelle, e per le energiche danze. In questa scena c'è un grande momento di cinema: sembra di trovarsi nel mucchio festante, le riprese sono coinvolgenti, si assiste a un tripudio di colori in movimento; i loro vestiti formano un collage, una tavolozza assai variegata. Immagini sempre luminose, come la terra arida del Senegal, irrigata solo sei mesi l'anno da abbondanti piogge. Intanto il baobab, che rende la vita irrazionale, imponendosi con la sua possenza, rimane lì pronto a soddisfare l'uomo e quest'ultimo non può vivere senza di lui. Un albero prezioso per la comunità che, lontana dal caos urbano, si mantiene ricca; questo è il segreto, a detta del regista ovvero mantenere i rapporti con la propria comunità, con gli altri esseri viventi, cosicché il baobab potrà raccontarne la storia ancora per mille anni.