Racconto d'autunno

Film 1998 | Commedia 111 min.

Regia di Eric Rohmer. Un film con Beatrice Romand, Marie Rivière, Alain Libolt, Charlotte Véry, Frederic Van Den Driessche. Cast completo Titolo originale: Conte d'automne. Genere Commedia - Francia, 1998, durata 111 minuti. Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 13 recensioni.

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Dopo aver raccontato l'adolescenza in Un ragazzo e tre ragazze e la giovinezza in Racconto d'inverno, Romher affronta l'età matura. Il film è stato premiato al Festival di Venezia, Al Box Office Usa Racconto d'autunno ha incassato 2,1 milioni di dollari .

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Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,63
CRITICA N.D.
PUBBLICO 2,00
CONSIGLIATO SÌ
Un gioco di rifrazioni condotto dal regista sul suo stesso cinema.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Recensione di Giancarlo Zappoli

Saint Paul Trois Chateau. Settembre. Si stanno ultimando i preparativi per il matrimonio della figlia di Isabelle, una libraia amica di Magali, una viticoltrice quarantacinquenne single con due figli lontani. Isabelle si reca a trovarla nella sua vigna e, avvertendo il disagio causato nell'amica dalla solitudine, le suggerisce di mettere un'inserzione in una rubrica di cuori solitari. Magali respinge l'idea e di lì a poco sarà Isabelle a far pubblicare l'inserzione presentandosi come fosse l'amica.
In questo film di chiusura del ciclo delle stagioni Rohmer sembra avvertire l'urgenza di rileggere il proprio lavoro per individuare dei punti fermi su cui riflettere, se non addirittura ironizzare, in attesa di ripartire per nuove esplorazioni senza sentirsi mai del tutto appagato dalle proprie opere. Accreditato di un consolatorio premio per la sceneggiatura il film trova nell'inquadratura finale (che non riveleremo) il suo senso più profondo che lo spettatore potrà cogliere con facilità.
Sul piano formale il film si presenta come un gioco di rifrazioni condotto dal regista sul suo stesso cinema. Ad esempio le chiacchierate intorno a un tavolo o la passeggiata tra le vigne, con la battuta sui sogni dei campagnoli che hanno come oggetto i soldi, ci riporta al Rohmer classico. Va rilevata poi l'autoironia del riferimento all'architettura industriale, oggetto di uno dei suoi documentari televisivi in cui studiava le metamorfosi del paesaggio o la rinnovata e speculare presenza di un insegnante di Filosofia (vedi Racconto di primavera) che qui indossa le vesti di seduttore di giovani fanciulle. Se l'intimo sentire di Isabelle, che si colloca sempre più al centro della vicenda, emerge progressivamente e si definisce, come già sottolineato, nell'ultima inquadratura, va rilevato però che abbiamo ancora tre donne presenti come nel racconto estivo. Qui però gli uomini in primo piano sono almeno due e tra loro spicca Gérald, uno dei pochi protagonisti maschili positivi del cinema rohmeriano.

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Giancarlo Zappoli
venerdì 19 settembre 2003

Saint Paul Trois Chateaux in un settembre assolato. Si stanno ultimando i preparativi per il matrimonio della figlia di Isabelle, una libraia amica di Magali, viticoltrice quarantacinquenne senza marito, che si sente piuttosto isolata in campagna dal momento che i suoi due figli l'hanno lasciata sola. Isabelle, che si reca a trovarla e a visitare la sua vigna, avverte questo suo disagio e le suggerisce di mettere un'inserzione su un giornale nella classica rubrica dei cuori solitari. Magali non respinge né accetta la proposta. Nel frattempo anche l'attuale ragazza di suo figlio, Rosine, che afferma di voler più bene a lei che a lui, si dà da fare per trovarle un compagno proponendo a Etienne, suo ex maturo amante e professore di filosofia, di tentare di intrecciare una relazione con lei. Neppure Isabelle si è però fermata. Ha infatti messo, senza dir nulla all'amica, l'annuncio sul giornale e, dopo un'attenta selezione delle risposte, si è recata a un appuntamento spacciandosi per Magali. Ha così incontrato Gérald, un maturo gentiluomo che ha attirato la sua attenzione. Isabelle, sposata da venticinque anni, interrompe però rapidamente la finzione e rivela dopo poco tempo la sua vera identità. Gérald è sconcertato ma non si sottrae all'invito per la festa di matrimonio della figlia di Isabelle: lì potrà incontrare Magali e decidere se lo interessa.
Alla festa giunge anche Etienne che riesce a risultare subito antipatico alla donna che invece si sente attirata proprio da Gérald che, tra l'altro, è anche un attento intenditore di vini e apprezza il suo, offerto agli invitati. Magali sorprende però Gérald e Isabelle a colloquio proprio nel momento in cui la donna, con un piccolo accenno di malinconia, si dichiara soddisfatta per l'esito della vicenda. L'amica ritiene invece che tra i due sia in corso una relazione e decide di rinunciare alle proprie aspettative. Gérald le offre un passaggio che accetta, ma che la mette dinanzi alla realtà di un incontro combinato. Magali, decisamente seccata, si fa lasciare a una stazione ferroviaria. Entrambi però, con motivazioni diverse, faranno ritorno al luogo della festa e Isabelle assisterà alla loro riconciliazione. Potrà così tornare in mezzo agli invitati e ballare con suo marito, mostrando un'allegria che è soltanto apparente.
Racconto d'autunno non si limita a essere un film che chiude uno dei cicli in cui Rohmer ha suddiviso, prendendosi le licenze di cui sappiamo, il proprio cinema. Ha anche l'apparenza e la consistenza di un film-testamento. Intendiamoci: il regista non dichiara alcun timore della morte e non evidenzia nessuna intenzione di smettere di fare cinema. Piuttosto, come il Kurosawa degli ultimi anni di carriera, sembra aver bisogno di rileggere il senso del suo lavoro quasi per trovarvi dei punti fermi su cui riflettere, su cui addirittura ironizzane, pronto a ripartire per nuove esplorazioni, mai del tutto pago del proprio operare e, forse, con qualche punto interrogativo sulla possibilità di realizzare un prossimo film.
Accreditato di un consolatorio premio per la sceneggiatura alla Mostra di Venezia (scontando così la "colpa" di aver completato il film proprio nell'anno in cui "doveva" vincere un italiano) Racconto d'autunno comincia dalla fine. Con la parola "fine" intendiamo proprio gli ultimi fotogrammi, quelli cioè che chiudono il film nel momento in cui i titoli di coda hanno completato il loro scorrimento. Isabelle, che ha visto andare in porto il proprio "maneggio", sta ballando con il solido quanto anonimo marito. Sorride e sembra divertirsi in mezzo agli invitati alle nozze della figlia. Ma gli ultimi fotogrammi ci regalano il suo volto appoggiato su una spalla del coniuge. L'espressione non è felice. Isabelle ha creduto di realizzare un'impresa impossibile: orientare il caso. Ha messo un'inserzione su un giornale nella rubrica per cuori solitari, ha finto di essere un'altra, ha costruito una situazione illusoria svelandone poi la reale consistenza. Tutto perfettamente sotto controllo dunque. Il suo venticinquennale matrimonio la metteva al riparo dalle tentazioni. O, perlomeno, questo è ciò che credeva e vorrebbe continuare a credere. Ma il caso, delle cui dinamiche Rohmer è perfetto narratore, non si lascia mai ingabbiare e scardina qualsiasi progettualità per quanto strutturata. Così Isabelle, in una sequenza magistrale fa comprendere al già imbarazzato Gérald ciò che in fondo non è ancona ben chiaro neppure a lei stessa: che nella sua vita si era aperto uno spazio inavvertito (o rimosso) in cui l'uomo avrebbe potuto entrare. Magali se ne avvede ma ha a propria disposizione solo il tempo dell'intuito, non quello dell'elaborazione. Dopo una prima reazione di fuga torna a costruire un percorso di positività che non può che lasciare sola l'amica.
In questo gioco di intersezioni Rohmer trova una levità di accenti che, pur non rinunciando mai alla profondità dell'assunto, consente anche al pubblico meno fedele di godere dell'acutezza della "messa in scena di una messa in scena". Perché Rohmer, come già si è scritto, in questo film rivisita numerosi temi a lui cari solo apparentemente stemperandoli in un divertissement agreste. Il teatro, dunque, già presente in modo esplicito in Racconto d'inverno quale rappresentazione classica in cui "specchiansi", diviene qui il palcoscenico del mondo su cui agisce la libraia (non "bibliotecaria" come ha modo di sottolineare con puntiglio) Isabelle. Ciò che la differenzia da altri drammaturghi è l'apparente inconsapevolezza di avere scelto anche se stessa quale personaggio di una vicenda la cui trama è incontrollabile. A quel film rinvia anche la presenza di una foto, unica immagine disponibile di una persona altrimenti "invisibile" (là era Charles qui Magali).
Ma tutto Racconto d'autunno è un gioco di rifrazioni condotto da Rohmer all'interno del suo stesso cinema. Sin dalle prime inquadrature emerge la collocazione della vicenda in uno spazio ben definito, anche se in assenza della voce narrante che caratterizzava La fornaia di Monceau. Le chiacchierate attorno a un tavolo o la passeggiata tra le vigne, con la battuta sui sogni dei campagnoli che hanno come oggetto i soldi, ci riportano al Rohmer più classico. Qui però la campagna non è teatro di contese su ecologia e modernizzazione (L'albero, il sindaco e la mediateca) quanto piuttosto spazio solare a cui rapportare dimensioni psicologiche che si radicano in una provincia per Rohmer mai "provinciale" nell'accezione negativa del termine. Come non notare poi l'autoironia del riferimento all'architettura industriale, oggetto di uno dei suoi documentari televisivi in cui studiava le metamorfosi del paesaggio o la rinnovata e speculare presenza di un insegnante di filosofia (Racconto di primavera) qui nelle vesti di seduttore di giovani fanciulle messo da una di queste alla prova con una di lui coetanea con cui fallirà al primo impatto? Sono proprio i giovani a tornare in questa storia con la lucida determinazione di Rosine e l'imbelle presenza del suo attuale superficiale compagno. Ancora tre donne, come nel racconto estivo dunque, ma qui gli uomini in primo piano sono almeno due, anche se quello che emerge è Gérald, uno dei pochi protagonisti maschili positivi di Rohmer. Il suo impaccio non è mai ridicolo, la sua cultura non è mai un freno alla sua umanità, il suo ritrarsi non è segno di sterile orgoglio ma presa d'atto di una situazione. Gérald è l'uomo nuovo del cinema rohmeriano. Con lui si aprono nuove prospettive di gioco sulla scacchiera su cui il regista continua a muovere i propri pezzi con l'acutezza di un maestro che non ha mai smesso di ricercare nuove strategie.

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L'età matura secondo Rohmer.
Recensione di Giancarlo Zappoli

Dopo aver raccontato l'adolescenza in Un ragazzo, tre ragazze e la giovinezza in Racconto d'inverno, Rohmer affronta l'età matura, dove (quasi) tutto rimane lo stesso - sentimenti, amore, cattiveria - salvo l'esperienza, che dovrebbe soccorrere. I rapporti si intrecciano fra due donne, figli e mariti e l'esterno. L'amore può sempre incombere, a tutte le età. Solito stile leggero e sapiente di Rohmer.

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Nella valle del Rodano, Magali (Romand), viticultrice di 45 anni e vedova con due figli grandi, si trova al centro di una duplice, affettuosa macchinazione messa in atto dall'amica libraia Isabelle (Rivière) e da Rosine (Portal), la ragazza di suo figlio, che vogliono trovarle un marito. È il più solare dei "Racconti delle quattro stagioni", ciclo iniziato nel 1990, tutto imperniato sul sentimento dell'amore e abitato da personaggi autori del proprio destino. "I balletti sentimental-amorosi di questi adulti che alternano saggezza e istintività sono osservati da Rohmer con occhio bonario e compiaciuto" (M. Pioppo). Sempre uguale a sé stesso (cinepresa quasi invisibile, dialoghi di squisita naturalezza, rinuncia al commento musicale, punteggiatura sonora affidata ai rumori ecc.), eppure sempre diverso e sorprendente nella sua arte della modulazione, il cinema di Rohmer tocca qui una delle punte più alte della sua grazia.

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RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
giovedì 19 maggio 2011
fedeleto

isabelle e' amica di magali ormai da molti anni,la prima e' sposata e ha una figlia che sta per sposarsi,l'altra vive da sola,con suo figlio non parla,e ha una vendemmia da portare a termine.Due situazioni opposte,ma isabelle prova a trovarle l'uomo della sua vita con un'inserzione su un giornale,il destino vuole che l'amore scocchera',anche se le diatribe e i fraintendimenti [...] Vai alla recensione »

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Irene Bignardi
La Repubblica

Con Racconto d'autunno, uscito dalla cinquantacinquesima Mostra del cinema con un'Osella per la miglior sceneggiatura e, in alternativa a Gatto nero gatto bianco di Kusturica, l'etichetta di Leone mancato (vabbe', Rohmer ne aveva avuto un altro, con Il raggio verde, ma il suo nuovo film è meglio), il regista francese chiude il suo ineguale ciclo dei Racconti delle quattro stagioni: e poiché non è obbligator [...] Vai alla recensione »

Michele Anselmi
L'Unità

Bella idea, anche se il merito involontario va ai doppiatori in scoopero finoa qualche giorno fa, fare uscire per una settimana Racconto d'autunno in versione originale sottotitolata. Vincitore morale dell'ultima Mostra di Venezia, il nuovo film di Rohmer è un piccolo capolavoro, e sbaglierebbe chi dicesse che il settantenne regista racconta sempre la stessa storia.

Emanuela Martini
Film TV

Dimenticare l'arte per l'arte, i malsani arzigogoli del cinema-poesia-testamento-retorica, le sceneggiature tirate via e le immagini che trasudano presunzione, la sciatteria di crisi e affanni talmente maldestri che ci fanno venire a noia persino i nostri personali affanni e crisi. Ovvero, il cinema secondo Eric Rohmer, un settantottenne che riesce a raccontare tutte le età con una verità di toni e [...] Vai alla recensione »

Maurizio Cabona
Il Giornale

Meritava il leone d'oro Racconto d'autunno di Eric Rohmer, ma a Venezia ha avuto solo l'osella per la migliore sceneggiatura. Ai festival non basta mandare un bel film, occorre accompagnarlo, fare pubbliche relazioni, ecc. Rohmer non lo fa e non vince. Racconto d'autunno comincia intimista e prevedibile, poi diventa brioso, incrociando le storie di due ultraquarantenni e quella di una ventenne (Marie [...] Vai alla recensione »

Lietta Tornabuoni
La Stampa

Il piccolo premio alla Mostra di Venezia, l'Osella d'oro per la migliore sceneggiatura originale, è stato quasi un'insolenza per uno dei film più belli presentati al festival, un capolavoro di incantevole intelligenza, finezza psicologica, maestrìa cinematografica e grazia elegante: a settantotto anni Eric Rohmer non era mai stato forse così bravo, così coerente alla propria idea di cinema sempre seguita [...] Vai alla recensione »

Luigi Paini
Il Sole-24 Ore

La vita e il cinema, un gioco di specchi. Personaggi che ritornano, come amici rivisti per caso o, meglio ancora, proprio perché li abbiamo cercati. In Racconto d’autunno, Eric Rohmer (che conclude con questo film il “ciclo delle quattro stagioni”) intreccia e inventa, imita la realtà e la trasforma, sceglie l’artifico della recitazione per ritrovare l’essenza più vera della quotidianità.

Roberto Escobar
Il Sole-24 Ore

Scopo del cinema, sosteneva nel “70 Eric Rohmer, è “avvicinarsi sempre più alla realtà”. So che tra l’uno e l’altra rimarrà sempre uno scarto, aggiungeva, tuttavia quello che mi interessa è ridurre questo scarto. Quasi trent’anni dopo, si direbbe che il “potere di investigazione”del cinema, che lo porta sempre più “vicino alla vita”, sia ancora all’opera.

winner
osella per la migliore scenegg.ra
Festival di Venezia
1998
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