| Anno | 1994 |
| Genere | Horror, |
| Produzione | Francia |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Michele Soavi |
| Attori | Rupert Everett, Anna Falchi, François Hadji Lazaro, Barbara Cupisti, Stefano Masciarelli Mickey Knox, Fabiana Formica, Vito Passeri, Pietro Genuardi, Clive Riche, Katja Anton, Anton Alexander, Patrizia Punzo, Alessandro Zamattio. |
| Uscita | lunedì 14 ottobre 2024 |
| Distribuzione | CG Entertainment, Cat People |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,10 su 3 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 14 ottobre 2024
In un cimitero, il guardiano ha il compito di uccidere definitivamente i morti che decidono di uscire dalle tombe. Il film ha ottenuto 2 candidature ai Nastri d'Argento, ha vinto un premio ai David di Donatello, In Italia al Box Office Dellamorte dellamore ha incassato 25,1 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Francesco Dellamorte è il disilluso custode del cimitero di Buffalora, dove da qualche tempo avviene uno strano fenomeno: alcuni dei morti, nel giro di una settimana, tornano in vita con pessime intenzioni, costringendo Dellamorte a ucciderli di nuovo per evitare guai peggiori. Ad assistere Dellamorte nel suo lavoro c'è il corpulento e servizievole Gnaghi, che si esprime con versi gutturali. La strana routine del custode trova un'improvvisa variante quando la giovane e bella vedova di un anziano prende a frequentare il cimitero. Dellamorte se ne innamora, così come Gnaghi si invaghisce della figlia del Sindaco del paese. Entrambi, mentre la situazione via via si complica sempre più, si trovano a fronteggiare speranze e delusioni amorose, oltre che un crescente numero di morti viventi.
All'epoca della realizzazione di questo film, Michele Soavi, sulla scia dei risultati ottenuti con Deliria, La chiesa e La setta, era considerato la speranza dell'horror italiano, a maggior ragione in considerazione del fatto che a supportarlo in questo caso c'era l'astro nascente dell'horror fumettistico, Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog.
E di Dylan Dog, tutto sommato, c'è molto in Dellamorte Dellamore, a partire dall'interprete Rupert Everett, il cui volto, come si sa, è stato preso a modello per il personaggio a fumetti. Per non parlare poi, per citare solo alcuni elementi, della curiosa interazione con un assistente particolare e della scelta dell'automobile.
Michele Soavi poi ha in sostanza abbandonato il campo, dedicandosi con successo ad altre tipologie di film in una lunga e variegata carriera e Dellamorte Dellamore è rimasto una sorta di epitaffio molto interessante di un certo periodo dell'horror italiano.
Sin dall'inizio, il film si mostra particolare e diverso. Il protagonista sta parlando al telefono con un amico e si ritrova alla porta una persona dall'aspetto strano alla quale piazza con disinvoltura, senza interrompere la telefonata, una pallottola in testa. Viene subito così stabilito lo stile che sarà caratteristico della narrazione, con un prevalere degli aspetti grotteschi e spesso umoristici rispetto a quelli prettamente horror che restano però significativi per tematica e ambientazione.
La storia è esile e procede quasi per episodi e siparietti arrivando un po' alla volta a delineare un insieme che presenta aspetti di forte originalità soprattutto nell'approccio e nello sviluppo delle sue tematiche.
È un film che cerca chiaramente una nuova strada, particolare, per l'horror, mescolando disillusione, notazioni sociali, riflessioni filosofiche, disagi esistenziali a un sottofondo ironico e amaro che spesso rasenta la parodia: una via molto "sclaviana", per così dire, per l'horror, che Soavi asseconda con notevole abilità visuale, riuscendo a tratteggiare un quadro affascinante e macabro del piccolo cimitero in cui l'impossibile accade e riuscendo anche a trovare i giusti toni onirici e disorientanti anche per le sequenze apparentemente più normali, girate al di fuori del cimitero, nelle quali spesso il confine tra reale, irreale e soprattutto surreale, come nel riuscito e spiazzante finale, si confonde.
Così come si confonde e si fa sempre più sottile il confine tra la vita e la morte, dando luogo a dialoghi e avvenimenti spesso bizzarri, in un horror che punta più sul grottesco che sullo spavento. Non mancano momenti in cui la riflessione si fa un po' risaputa e persino a tratti banale, ma non si può non apprezzare lo sforzo verso un'originalità che, in un campo come quello dell'horror, è un bene assai raro e prezioso.
Significative e suggestive le musiche di Manuel De Sica, sempre ottimi gli effetti speciali di Sergio Stivaletti. Rupert Everett si immedesima con abilità nel disincantato ed eppure appassionato protagonista e, va da sé, sarebbe stato un Dylan Dog perfetto. Anna Falchi è fulgida e perfetta per il ruolo di donna ideale.
Giunto a piena maturità, Soavi ora sa come costruire film dagli spunti orrorifici ma con chiari riferimenti alla realtà di tutti i giorni. L'allievo di Dario Argento ha trovato una sua originalità. Nell'ironia, non estremizzata come in Sam Raimi. Nella bravura di ripresa che serve a creare l'atmosfera e non ad appesantirla. Siamo in un cimitero dove il suo guardiano ha il compito di uccidere definitivamente i morti che decidono di uscire dalle tombe. Ha come compagno un grasso amico, Gnaghi, che si esprime solo a grugniti. L'uomo finisce per uccidere l'unica donna mai amata, apparsa sotto i panni di tre personaggi femminili apparentemente diversi. Tratto dal romanzo omonimo di Tiziano Sclavi, creatore e sceneggiatore del famoso fumetto Dylan Dog - di cui Dellamorte Dellamore è un alter ego.
Veramente sorprendente il risultato di questo film! Chi lo guarda infatti ha l'impressione di stare leggendo un fumetto di Tiziano Sclavi(più precisamente è tratto da "Orrore nero" ). L'atmosfera, il tono cupo e grottesco, i morti che si risvegliano, la routine assolutamente fuori dalla normalità e le debolezze del protagonista, e l'ambientazione in un cimitero di un paesino sperduto; tutti aspetti [...] Vai alla recensione »
Sono trent'anni che Francesco Dellamorte ha tentato la fuga da Buffalora, in compagnia del fido Gnaghi, per cercare di raggiungere qualcosa al di fuori dell'orrore, forse la vita, o forse la morte/amore. Ma non c'è vita al di là del tunnel, non c'è mondo, non c'è esistenza. Resta solo la reiterazione del gesto, quell'uccidere che è noia ma anche disillusione, atto della pratica che non ha più nulla [...] Vai alla recensione »