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Ricordando Hemingway, scrittore senza tempo dal rapporto tormentato con il cinema

A sessant'anni dalla morte, Farinotti ne delinea il legame stretto ma travagliato con la settima arte. 
di Pino Farinotti

sabato 29 maggio 2021 - News

Sessant’anni fa, esattamente il 2 luglio, moriva Ernest Hemingway. Ma già sono partiti segnali di ricordo. A cominciare dai film tratti dai suoi libri. Ho spesso raccontato Hemingway, che era molto legato all’Italia e a Milano, diceva sempre “senza Milano non sarei stato lo scrittore e l’uomo che sono.” Nel quadro dei film che ho realizzato su Milano, i Giants, il primo si riferisce a certi “giganti” milanesi non milanesi, e un episodio è dedicato a Hemingway.

Immagino di girare per Milano con lui - un attore che è il suo ritratto - nei posti che erano i suoi: via Armorari, sede allora (1918) della Croce Rossa americana dove Ernest, ferito sul fronte del Piave, venne ricoverato e dove conobbe il primo amore, Agnes. E poi la Galleria, la Scala nella quale si imbucava. E il mitico Cova, dove chiede un Cuba Libre. Al momento del saluto gli dico: “ ... ma perché quel mattino sei sceso in cantina, hai preso un fucile... perché l’hai fatto... avevi poco più di sessant’anni, tanto tempo davanti, potevi scrivere altri romanzi, per te e per noi... perché l’hai fatto?” Ma lui non risponde, mi dice solo “Adesso devo andare...”

Ma perché lo abbia fatto, lo sappiamo, credo. Aveva vissuto due vite, dello scrittore e dell’uomo, che più intense non si può. Quando si è reso conto che non possedeva più tutte le forze necessarie, complete, ha deciso di chiudere. A Milano tornava sempre, ospite di Arnoldo Mondadori, il suo editore, o di Fernanda Pivano, sua traduttrice. Magnifico rapporto con la città e - tornando ai segnali di ricordo, ai film – pessimo rapporto col cinema.
 

Digressione utile. Il rapporto fra cinema e letteratura è sempre stato stretto e tormentato. Stretto perché non c’è romanzo, salvo rare eccezioni, che non abbia avuto la sua brava versione cinematografica, tormentato perché le due discipline hanno regole molto diverse.

Al romanzo appartengono profondità, introspezione, verità, al cinema spettacolo e happy end. Il lieto fine ha spesso stravolto i contenuti dei romanzi. Trattasi di licenza: il cinema ne ha tutti i diritti, ma a volte... esagera. Il cinema ha toccato tutti gli autori, tutti i giganti. E tutti hanno dovuto subire quella dicotomia. In particolare Hemingway. Ma la regola era quella: la major gli dava dollari a palate per i diritti, ma poi poteva gestire il testo come voleva. Secondo licenza e magari contaminazione.

Molti dei romanzi e dei racconti di Hemingway sono diventati film. Lo scrittore di Chicago era perfetto per le contaminazioni. Si sa che l’happy end è la conditio sine qua non del cinema, soprattutto americano. Alla letteratura, specie a quella di Hemingway, il lieto fine quasi mai si addice.

Il romanzo Avere, non avere stabilisce una sorta di primato della contaminazione. Hollywood ne produsse tre versioni, Acque del sud, Agguato ai Caraibi e Golfo del Messico. Nei primi due assistiamo all’eroe che se ne va con l’amata, mano nella mano. Solo l’ultima versione rispettò la storia disperata di Harry Morgan che per bisogno finisce per fare il contrabbandiere e per morire. Un altro lieto fine “estorto” è quello delle Nevi del Kilimangiaro, dove lo scrittore Harry Street, alter ego di Hemingway, muore di infezione dopo aver ricordato i propri fallimenti. Ma nel film guarisce abbracciando Susan Hayward.
 


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