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Taormina Film Fest, Calogero: «l'edizione 2020? Un successo. Non mi spiego i tagli del MiBACT»

Il direttore del Festival siciliano traccia il bilancio di una 66esima edizione svoltasi non senza difficoltà ma capace di mantenere molto alta la qualità dell'offerta e si interroga sul netto taglio ai contributi disposto dal Ministero.

mercoledì 16 settembre 2020 - Incontri

Abbiamo incontrato Francesco Calogero, noto regista, sceneggiatore e produttore tornato al Taormina Film Fest in occasione della sua 66esima edizione in qualità di Direttore artistico. Con lui abbiamo voluto fare il punto sull’esito di questa edizione e su un’amara sorpresa giunta a manifestazione finita: il pesante taglio dei contributi da parte del MiBACT.

Ora che si è conclusa, possiamo tracciare un bilancio di questa edizione nata e realizzata nei difficili tempi del Covid?
Considerate le premesse, è stato un grande successo. Quando ai primi di giugno i vertici di Videobank - una società leader nel settore delle tecnologie per la comunicazione, che produce da qualche anno il Taormina Film Fest - mi hanno comunicato che era necessario dare un segnale forte di ripresa delle attività (una sorta di viatico per il turismo in Sicilia) allestendo un’edizione ibrida del festival, la mia prima reazione è stata gioiosa: non andava così vanificato il capillare lavoro di selezione dei film, iniziato a ottobre con il MIA di Roma, e proseguito all’EFM berlinese, costringendo me e il mio staff a un susseguirsi di visioni – abbiamo anche ricevuto molte submissions spontanee sulla piattaforma FilmFreeway – che avevano riempito (fino allo sfinimento) le giornate del lockdown, e non solo.

La mia seconda reazione è stata di sconforto: l’intento della produzione era di organizzare il festival a metà luglio, e non a metà agosto come speravo, anche per poter completare con calma la selezione al Marché online di Cannes, che si è tenuto dal 22 al 26 giugno. Ed effettivamente, gli ultimi film inseriti nei nostri tre concorsi sono stati visionati al Marché, con accordi chiusi a tempo di record: il Taormina Film Fest è cominciato l’11 luglio. Sono stati giorni da incubo. Dopo mesi passati a scambiare comunicazioni sfiduciate – “spero che tu stia bene” e “vediamo che succede” erano espressioni di default - con i sales agents bloccati nei rispettivi paesi, dalla Cina agli USA, tutti alle prese con la stessa calamità, abbiamo dovuto riprendere in fretta e furia i contatti, in un tourbillon di mail e telefonate: da qui in poi l'accelerazione nel contrattare le fees e organizzare le spedizioni dei film, sempre considerando che oltre ai DCP, fisici o immateriali per la sala, occorreva procurare i files H264 per le proiezioni su MYmovies, tutte da sottotitolare (dati i tempi ristretti, abbiamo dovuto dividere i compiti tra la collaudata SudTitles e gli studenti della UNINT). Senza dimenticare di procurare le clip e le interviste con gli autori, necessari per le strisce giornaliere, e i link utili per far recuperare ai giurati eventuali film persi… un vero inferno.

A inizio festival - adesso lo possiamo confessare – avevamo solo la metà di tutti i materiali, lo stretto necessario a coprire le prime giornate di programmazione: il resto è arrivato progressivamente, giorno dopo giorno. Io ero convinto che ci sarebbero state molte variazioni di programma, dovute a ritardi o defezioni (d’altronde questo succede anche nei festival organizzati nei tempi adeguati): e invece non è saltato nulla, il programma è stato rispettato per intero. Anzi, l’ultimo giorno ci siamo permessi di aggiungere pure un film fuori programma, sottotitolando a tempo di record lo spagnolo La lista de los deseos, gentilmente concessoci da uno dei giurati, il produttore Antonio P. Pérez.

E quel che più conta, abbiamo raccolto grandi consensi sulla qualità della selezione: aldilà delle recensioni lette, mi ha fatto molto piacere che la giuria del concorso principale, presieduta da Emmanuelle Seigner (con Mimmo Calopresti a rappresentare l’Italia), abbia tenuto a sottolineare pubblicamente quanto il verdetto fosse stato difficile, considerato il livello molto elevato dei film scelti.


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Francesco Calogero con Emmanuelle Seigner e Nikolaj Coster-Waldau.
© Giuseppe Contarini (FotoinScena)


Che tipo di pubblico vi ha sostenuto in questa 66esima edizione? Avete rilevato una continuità o dei cambiamenti?

Direi entrambe le cose. La continuità è costituita dal fatto che nelle proiezioni fisiche il contatto diretto con ogni singolo spettatore era inevitabile – visto che erano riservate a un massimo di 200 persone in una sala da 820 posti – e nel presentare i film riconoscevo volti noti, critici e cinefili di quelle aree, immancabili all'appuntamento col Festival, e al tempo stesso scoprivo anche un pubblico incuriosito che giorno dopo giorno cresceva, nonostante le restrizioni e il protocollo di sicurezza.

Certo, in altre condizioni avremmo allargato la partecipazione giovanile - quest’anno ci siamo limitati ad affidare la delibera di premi speciali a due distinte giurie di studenti, che hanno visionato i film online – coinvolgendo allievi del Centro Sperimentale Palermo e DAMS siciliani, istituzioni e associazioni, sia regionali che nazionali e internazionali: perché i festival hanno senso quando creano comunità, rapporto con il pubblico (e in particolare con le nuove generazioni), rete tra gli addetti ai lavori.

Per quel che riguarda il cambiamento, direi senz'altro la grande novità delle proiezioni online: grazie a MYmovies gli spettatori di tutta Italia, impossibilitati a venire in Sicilia, hanno potuto vedere la quasi totalità dei nostri film. Mi ha molto colpito sapere a fine festival che la piattaforma streaming ha registrato 45.000 pagine viste, con un picco nella città di Milano (18,71% di presenze) che da sola ha superato l’intera Sicilia (18,42%), pure fortemente legata al Taormina Film Fest.

Ovviamente sono anche molto compiaciuto dall'elevato gradimento medio espresso dagli utenti, pare che 3,93 su 5 sia un autentico record... Per non dire che Onkel, il film danese che ha vinto anche il Cariddi d’Oro, ha ottenuto un giudizio medio (4,48) addirittura strabiliante.

Tutto questo ci fa capire che l’online è un punto di non ritorno, imprescindibile anche per un futuro libero dalla minaccia della pandemia. Vedere un festival dal vivo è sempre emozionante, tra le proiezioni su grande schermo – per inciso, quelle al Teatro Antico sono spesso memorabili - e gli incontri con i grandi personaggi del cinema (pure presenti anche quest’anno, basti pensare a Willem Dafoe, Nikolaj Coster-Waldau, Vittorio Storaro). E qui in più c’è il "fattore Taormina", riconosciuto nel mondo (leggevo l’entusiasmo negli occhi dei sales agents quando proponevo di portare i loro film da noi): e faccio mio l’invito al viaggio di Baudelaire (“Là, tout n'est qu'ordre et beauté, luxe, calme et volupté”) per ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, come mare meraviglioso, esperienze enogastronomiche, visite a vestigia storiche ed escursioni mozzafiato da sempre integrino le attività del festival in maniera inarrivabile.

Ma chi per vari motivi non potrà venire a Taormina sarà confortato dall’idea di poter contare sul festival online: e penso non solo ai film, ma anche alle masterclass, ai convegni, alle presentazioni dei talents al Teatro, ai Q&A del Palacongressi, alla cerimonia di premiazione.

Nonostante abbiate avuto il coraggio di realizzare il festival sfidando le difficoltà, avete ricevuto un taglio del contributo del Ministero del 70%. Come vi spiegate questa decisione?
È bene precisare che in un quadro generale di conferma dei contributi del 2019 ai numerosi festival italiani – una ventina tra loro hanno addirittura ricevuto qualche incremento - non siamo stati gli unici danneggiati: altre otto manifestazioni hanno subito un taglio. Però nessuno così netto come Taormina, passando dai 160.000 euro del 2019 agli attuali 50.000. Noi crediamo che la commissione del MiBACT abbia deliberato prima che il festival venisse realizzato, forse nella convinzione che non si sarebbe svolto, e comunque ignorando il nuovo corso intrapreso, bollando il Taormina Film Fest come evento culturalmente poco rilevante. Un grave problema d’immagine, dunque, ma non solo...

Il vostro è un Festival storico (come testimoniato dalla sua longevità) ed è stato fortemente penalizzato mentre altre manifestazioni nate da poco non hanno subito lo stesso trattamento. La decisione vi è poi stata comunicata a manifestazione avvenuta. Quali problemi crea una tempistica del genere?
Problemi non da poco, visto che Videobank si è impegnata a costruire un festival compiutamente articolato, senza troppe rinunce: la restrizione sulle sale ci ha costretti a rinviare solo la programmata retrospettiva integrale dedicata a Luchino Visconti, e la tradizionale sezione (in collaborazione con la Sicilia Film Commission) dedicata alle produzioni isolane, oltre naturalmente alle spettacolari anteprime che solitamente affollano il Teatro Antico, quest’anno utilizzato per due sole serate speciali, coordinate e presentate da Leo Gullotta, e ricche di ospiti prestigiosi. Certo, riservate a soli mille spettatori a sera, ma già di per sé un miracolo: a metà aprile era stato deciso lo stop a tutti gli spettacoli del cartellone di Taormina Arte, e solo grazie alla spinta propulsiva del festival si è potuta disporre la riapertura serale di quel meraviglioso sito archeologico.

Detto questo, gli elementi costitutivi di un festival “vero” c’erano tutti: anzi, si sono dovute fronteggiare – con grande dispendio economico - problematiche inedite nel passato, come quelle legate ai controlli sanitari, o all’esigenza di costruire una programmazione ibrida. In ogni caso, non ne farei solo una questione di longevità, perché ci possono essere nobili decadute tra le manifestazioni di lunga data: ma il segnale dato in questa edizione da Videobank è forte e inequivocabile.

Se negli ultimi anni il festival ha puntato principalmente sulle presenze delle star internazionali, rinunciando alle "scoperte" che hanno storicamente costituito un suo tratto distintivo - vedi la rivelazione al mondo di cinematografie fino allora sconosciute, come quella australiana o quella kazaka, e la presentazione di registi all'epoca esordienti (Steven Spielberg, Woody Allen, Jane Campion, Robert Rodriguez, e molti altri ancora) - la scelta di affidare a me la programmazione, mettendo soprattutto l’accento sulle opere prime e seconde, rappresenta un chiaro cambio di passo.


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Leo Gullotta, co-direttore del Festival insieme a Francesco Calogero.


Se la memoria non ci inganna, è la prima volta nella storia del Festival di Taormina che viene chiamato un regista per dirigerlo. E per di più, un regista che nel corso di una lontana edizione del festival vi ha girato un film...

È corretto, e vorrei orgogliosamente sottolineare che aldilà di Visioni private, a cui si fa riferimento, la mia storia personale e professionale è molto legata al festival. Ho frequentato da spettatore sin dall'adolescenza la "Rassegna" - come la si definiva negli anni '70 a Messina, mia città natale - e l’ho poi vissuta dall'interno per circa vent’anni, con la responsabilità di diversi ruoli, su indicazione della direzione artistica di Guglielmo Biraghi e Sandro Anastasi, e in seguito di Enrico Ghezzi. E per la mia formazione cineclubistica non ho mai considerato secondaria a quella di regista l’attività di programmer o direttore artistico - svolta negli anni passati anche per conto di differenti festival - da sempre convinto che il gioco di rimandi indispensabili nell’organizzazione creativa di una selezione non differisca poi così tanto da quelli necessari alla brillante strutturazione di una sceneggiatura cinematografica.

L’importante è tenere alcuni punti fermi, quali ricerca espressiva e temi sensibili, sia nella scelta dei documentari che dei film di finzione. Grande spazio così, in questa edizione del Taormina Film Fest, a opere che hanno raccontato in maniera artisticamente incisiva il dramma delle guerre passate e presenti, l'immigrazione, l'integrazione dei profughi, il mondo del lavoro, la lotta contro le mafie e i rigurgiti sovranisti, le discriminazioni per motivi politici, religiosi o sessuali, il disagio sociale, ma anche quello familiare: non è passato inosservato presso la critica un autentico leitmotiv, relativo alla dolorosa ricerca delle madri da parte dei figli, e dei figli da parte delle madri.

Questo dovuto anche alla massiccia presenza femminile - il 50% esatto, e non per scelta calcolata - tra gli autori delle opere in concorso: tant'è che l’autorevole EWA (European Women's Audiovisual Network), come riportato da Cineuropa, ha segnalato la presenza di "un’equa rappresentanza di donne registe nelle tre sezioni competitive del Taormina Film Fest". Malgrado la disattenzione sul suolo nazionale, qualcosa fuori dunque è trapelato...

Come intendete procedere nei confronti del MIBACT?
La produzione ha chiesto al Ministero l’accesso agli atti tramite il proprio ufficio legale: esistono criteri di valutazione oggettivi, a cui corrispondono punteggi, e noi sentiamo di avere le carte in regola riguardo tutti i parametri considerati (rilevanza internazionale, impatto culturale, storicità, innovazione tecnologica, impatto economico). Mettendo a confronto i programmi sviluppati, mi sembra francamente che Taormina abbia fatto di più e meglio rispetto ad altri festival, che pure hanno ricevuto contributi maggiori.

Non possiamo che attribuire a un difetto di comunicazione questa evidente svista della commissione. Noi crediamo fortemente che si possa porre rimedio nell'immediato – sappiamo che il MiBACT sta verificando come ricollocare alcune risorse non spese - ma il nostro desiderio è anche quello di consolidare il progetto. Per questo abbiamo chiesto al Ministro Franceschini la possibilità di un incontro: è nostro desiderio illustrare più compiutamente il nuovo corso intrapreso dal Taormina Film Fest, che intende procedere consapevole della sua mission storica di avamposto culturale e formativo al Sud, con l'occhio rivolto alle opportunità, non prive di sfide, che il futuro dell'audiovisivo ci riserva. E soprattutto guardare con rinnovata attenzione al suo ruolo di ponte verso le culture del Mediterraneo.

È evidente però come questo ambizioso disegno rischi di morire sul nascere: nel constatare una palese ingiustizia, è inevitabile che subentri lo sconforto e la sfiducia nei confronti delle istituzioni. A questo punto Videobank, che ha salvato il festival dal baratro, restituendogli l’identità perduta, e si sottopone per pura passione a un grande sforzo economico, è seriamente tentata di gettare la spugna. E qualcuno si dovrà assumere la responsabilità dei titoli di coda del Taormina Film Fest.  


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