Era uno dei legislatori della cosiddetta Nouvelle Vague. Fra la fine dei Cinquanta e i primi Sessanta un gruppo di scrittori di cinema decise di fare una rivoluzione, di scardinare gli ordinamenti del cinema. Si chiamavano Godard, Truffaut, Rohmer, Chabrol, Resnais. E poi c'era lui, Jacques Rivette. Tutti francesi, dunque gente pratica di "rivoluzione". Magari un po' generico e largo, ma il termine, onnicomprensivo, che può definirli è "cinefili&intellettuali". E come tali vollero che chi firma un film non fosse "solo" un regista che racconta una storia creata da altri, ma un autore che usa uno strumento, la macchina da presa, che ha una sua personalità e identità e una sua potenza, un mezzo che si emancipa e si evolve dal primo motore, dalla piattaforma grande che presiede a tutte le storie, che è la narrazione, e dunque la scrittura. Il "gruppo" possedeva tutte le informazioni, della scrittura e del cinema. Il loro posto, la loro cellula, erano i "Cahiers du Cinéma", una sorta di bottega del Verrocchio, fucina rinascimentale di talenti. Fatte tutte le debite, e indebite proporzioni naturalmente. Detto in termini semplici: gente da critica non da pubblico. Certo, a Parigi in quegli anni le ambizioni furono alte. Insomma i signori inventarono il "linguaggio" del cinema, ribadisco, come nuovo codice autonomo e, naturalmente, come nuova arte. Poi ciascuno dei profeti scelse la propria strada. E quelle scelte da Rivette erano molte, articolate e complesse, erano praticamente tutte le strade, dal poliziesco al rapporto fra realtà e finzione, fra vita quotidiana e palcoscenico. E tutte andavano esplorate, magari velocemente, e percorse secondo uno stile trovato e affinato, che era quello di insinuare il senso di una vicenda, girarle intorno senza poi risolverla, magari con la complicità dell'utente, anche se davvero non era facile essere "complici" dei signori della "Nouvelle". Jean Luc Godard, il leader riconosciuto del movimento, di Rivette diceva "Se io sono Robespierre, Jacques è Saint-Just." Significava una serie di assoluti: rigore, estremi, "cattiveria", nessuna attenzione al pubblico e nessun prigioniero.