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La politica degli autori: Carlo Mazzacurati

Compianto artefice di un cinema limpido, civile e popolare.
di Mauro Gervasini

Carlo Mazzacurati alla Mostra del cinema di Venezia nel 2010.
Carlo Mazzacurati 3 marzo 1956, Padova (Italia) - 22 Gennaio 2014, Padova (Italia). Regista del film La sedia della felicità.

mercoledì 23 aprile 2014 - Approfondimenti

Ho conosciuto Carlo Mazzacurati nel 2012, quando presentò per la Mostra del cinema di Venezia il documentario Medici con l'Africa, realizzato per l'associazione padovana Cuamm. Disse subito che si trattava di un lavoro «su commissione», ma poi guardandolo pareva la cosa più personale del mondo. Non che il regista avesse mai condiviso le esperienze estreme dei medici raccontati nel film, impegnati a gestire strutture sanitarie nel continente sub-Sahariano, spesso in scenari di guerra; ma il tocco, la leggerezza e l'ironia con cui tutto era descritto parevano distillati dal suo cinema a soggetto. E così è, difatti: non c'è come prendere in considerazione il titolo "anomalo" di una filmografia per meglio identificarne i tratti distintivi.

Carlo Mazzacurati, padovano, allievo del Centro sperimentale, nato nel 1956 e prematuramente scomparso il 22 gennaio 2014, è autore di un cinema limpido, civile e popolare, che sarebbe banale definire semplicemente "figlio" della commedia all'italiana classica. Le storie che racconta sono invece intrise dello spirito di un tempo, quello del riflusso, dove la politica non si respira più nell'aria ma la devi cercare negli anfratti. Magari indagando come l'avvocato Morsiani di Notte italiana (1987), esordio nel lungometraggio prodotto dalla Sacher di Moretti e Barbagallo. Un noir insolito e un po' dimenticato (non passa mai in tv) ma profetico (tutto avviene nel Delta del Po, dove speculazioni territoriali e malaffare che imbrigliano il protagonista, investigatore suo malgrado, sono recentemente diventati cronaca vera e nera). Al quale fanno seguito il più televisivo Il prete bello da Goffredo Parise (1989), un nuovo noir questa volta metropolitano, Un'altra vita, con Silvio Orlando e Claudio Amendola (niente male, peraltro), fino a Il toro (1994), uno dei suoi lavori migliori premiato a Venezia con il Leone d'argento e la Coppa Volpi a Roberto Citran, protagonista con Diego Abatantuono. A sorpresa, lo scenario è già quello ante litteram del Nordest in crisi economica e morale, dal quale due poveracci fuggono dopo avere rubato un toro di grande valore da vendere «alla fiera dell'Est». Un road movie nel quale stile e personaggi definiscono quella commedia umana marchio di fabbrica del cineasta, caratteristica di opere successive come La lingua del santo (2000), La passione (2010) fino a La sedia della felicità (2012), nelle sale postumo a partire dal 24 aprile.

Con la parziale eccezione di La passione, oltretutto ambientato fuori casa in Toscana, gli altri film citati raccontano di uomini e donne marginalizzati dal miracolo economico veneto che con modalità balorde (il furto di una preziosa reliqua, di un toro miliardario, o la recherche del grisbì di un bandito nascosto in una sedia) cercano gli schèi per ripartire. Il tema della realizzazione personale attraverso i soldi è ricorrente e fondamentale, così come altri argomenti trattati spesso in anticipo sui tempi, per esempio l'immigrazione di Vesna va veloce (1996). Sceneggiature "d'impegno" che possono a volte (come in quest'ultimo caso) risultare armi a doppio taglio, per quella dose di didascalismo (spesso nei dialoghi) che appesantisce il racconto. Non corre questo rischio La giusta distanza (2007), il titolo migliore di Mazzacurati, un ritorno alla provincia noir di Notte italiana dove il Male pervade le persone "perbene", e dove razzismo e avidità ben si nascondono sotto la solita coltre di ipocrisia sociale. Anche, forse soprattutto, un film dalla narrazione corale e accattivante, "leggero" ma nel vestito migliore.

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