Disobedience

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Alienazione e rinascita nella comunità ebraica Valutazione 4 stelle su cinque

di MariaTeresa


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domenica 4 novembre 2018

Cosa significa disobbedire? Ribellarsi per il puro gusto di farlo o piuttosto salvarsi la vita esercitando il dono del  "libero arbitrio" ? 
È questo il tema portante di quest'opera in cui la comunità ebraico-ortodossa (con i suoi riti, i suoi dogmi ed i suoi tabù) e l'amore passionale tra due donne (con la sua carica dirompente di scandalo e rottura) costituiscono rispettivamente sfondo e pretesto. 
Libero arbitrio dunque, è questo il logos che apre e chiude il film e che porta lo spettatore più sensibile a superare la semplice narrazione e ad interrogarsi su ciò che davvero, attraverso il peso e la responsabilità della scelta, fa di ogni essere umano un essere autonomo e responsabile di sé. 
La bella Ronit, figlia biologica dell'anziano rabbino ma non sua erede né spirituale né testamentaria, ci accompagna per tutto il film con il suo carico di "diversità " con il suo non appartenere, con il suo non esserci pur essendo fisicamente presente, con il suo non integrarsi. È un senso di estraneità il suo quasi palpabile come se muri invisibili la separassero da quella comunità nella quale è nata ed alla quale , se pur con sofferenza, ha per un breve periodo della sua esistenza appartenuto. 
Ronit, che ancora cammina incerta sulle sue fragili gambe, sembra oscillare tra la denuncia e la provocazione e un istintivo tentativo di mimetizzarsi e lasciarsi scomparire. Ronit, ospite indesiderata perfino in casa propria, sembra vivere co atteggiamento di scusa per il "disturbo" che sa di arrecare agli equilibri psicologici più che reali del piccolo mondo ritrovato.
Ronit non appare mai forte, ma forse lo è come tutte le "pecore nere" che in seno ad un nucleo familiare si fanno carico di spezzare un'eredità psicologica, religiosa, morale e sociale che soffoca e uccide. No, Ronit non appare mai forte. E nonostante la distanza fisica e temporale messa tra se stessa ed il padre la notizia della morte di quest'ultimo la getta nello sconforto più cupo e la rimette faccia a faccia con i propri fantasmi e sensi di colpa.  È il dolore delle radici strappate e portate vie, è il dolore di un conto che non torna tra quanto ogni figlio desidera da chi lo ha generato (accettazione, accoglienza, perdono ed amore incondizionato) e quanto la vita, il destino o semplicemente la volontà umana hanno lasciato che ricevesse.  È il dolore di una porta chiusa per sempre senza alcuna parola ultima. È il dolore del discredito, della vergogna, dell'alienazione  esercitata dalla comunità-ghetto che a sua volta ghettizza il "diverso". Al suo opposto Esti la quieta, ubbidiente  e morigerata moglie del cugino appare non meno sofferente ma perfettamente integrata. È una sofferenza la sua che divora e consuma dall'interno come ogni sofferenza muta e soffocata. Una sofferenza che porta via vita e fecondità. Una sofferenza abilmente nascosta dietro la facciata dell'appropriatezza e dell'appagamento familiare e sociale. Ronit ed Esti dunque come facce opposte della stessa medaglia. Ronit è una fotografa, Esti è una insegnante, Ronit interroga il diverso e l'inconsueto, Esti trasmette il "verbo", Ronit conosce e supera ogni tabù, Esti cura e custodisce purezza ed ingenuità, Ronit appare libera ed eccessiva nei suoi comportamenti sessuali, Esti ispira la sua vita al principio di modestia, nasconde i capelli e mortifica il corpo concedendosi tutta  al solo marito. Ma Esti, che la natura non ha ancora fatto madre come se natura stessa attendesse il raggiungimento di una piena consapevolezza ed autodeterminazione, ha un grande dono: il dono di saper attendere e approfittare dell'occasione che il tempo ha in serbo per lei. Il film ci mostra come nulla in fondo capiti a caso e che noi esseri umani dotati di libero arbitrio ci ritroviamo sempre e solo là dove esattamente vogliamo essere. L'evento non capita, l'evento è atteso, prodotto, costruito e sfruttato. La scena in cui le due donne riemergono da un sotterraneo fisico e psicologico per ritrovarsi mano nella mano in una Londra finalmente"a colori" dopo il grigiore del sobborgo emoziona ed ispira e fa perdonare, nella prima parte del film, qualche lungaggine e non-detto di troppo. Ci sarà un futuro per queste giovani donne? Il film lascia intuire un finale che non è però scontato. Sono nuove vite che si affacciano al mondo, ognuna (Ronit, Esti ed il figlio che porta in grembo e Doniel che da custode dell'ordine casalingo sceglie infine libertà e verità) con un enorme carico di responsabilità, incertezza e paura come accade a tutti coloro che iniziano a muovere i propri passi lontano dalla strada maestra. Sono nuove vite che finalmente stanno partorendo loro stesse.  Da vedere.

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