Disobedience

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Un film di Sebastißn Lelio. Con Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 114 min. - USA 2017. - Cinema uscita giovedý 25 ottobre 2018. MYMONETRO Disobedience * * * 1/2 - valutazione media: 3,56 su 17 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il dolore della diversitÓ Valutazione 3 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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venerdý 9 novembre 2018

Sebastian Lelio è un regista cileno che ama indagare nei sentimenti di persone in qualche modo “diverse”, per poi mettere in luce le loro sofferenze. In questo film affronta il tema delicato come la diversità sessuale, anche quella non palesemente dichiarata, in una piccola comunità ebraica di Golden Greens a Londra, in epoca contemporanea o forse di poco retrodatata. La comunità è una religiosa osservante – haredi? – e molto rispettosa delle tradizioni.
Il film “Disobedience”, presentato allo scorso Toronto International Film Festival,ètratto dall’omonimo best seller di Naomi Alderman che, appunto, è nata e cresciuta nella comunità ebraica ortodossa di Hendon, e poi ci è tornata dopo alcuni anni passati a New York.
L’amatissimo Rav Krushka muore e la comunità si stringe attorno ai parenti (il fratello e la sua famiglia) e al “figlio spirituale” David Kuperman (il bravo e poliedrico Alessandro Nivola) di cui il Rav ha curato l’educazione religiosa.  Come da tradizione ebraica viene celebrata la settimana di lutto (Avelut) e, avvertita da Esti (la bravissima Rachel Mc Adams), arriva da New York anche Ronit (la splendida Rachel Weisz) la figlia trasgressiva del Rabbino morto.
Era partita anni prima e nessuno aveva avute più sue notizie. Si sapeva solo che faceva la fotografa in giro per il mondo. Non si è mai sposata, vive da single, e si veste da “newyorkese”, come notato da una signora maligna della comunità, non porta neanche la parrucca, come fanno molte donne ebree omologate. «Sembri proprio una frum» dice Ronit a Esti. Essere “frum” vuol dire esser devoti o pii e cioè prendere delle precauzioni contro i “frei”, i liberi e non osservanti le regole e convenzioni judaiche.
Il riavvicinamento delle due amiche, ed ex amanti, riaccenderà l'antica passione, probabilmente mai sopita e ritenuta inaccettabile dall'intera comunità.
Lo spazio è claustrofobico e plumbeo, come la stanza degli ospiti senza finestre apribili, dove dorme Ronit. Ed è sintomatico che quando Ronit ed Esti sfuggono ai pettegolezzi e in metropolitana raggiungono il centro, Londra risplenderà in pieno sole.
I primi piani di queste due bellissime donne, nella bella fotografia di Danny Cohen, mostrano il vibrare delle sensazioni: l’anticonformista Ronit, che apparentemente sembra la più forte – è piena di sensi di colpa nei confronti del padre e soffre per non essere ben accetta, mentre la timida e apparentemente docile Esti è una passionale tormentata e, a tratti, si sente pronta a rischiare tutto per appagare il suo amore.
Nel film sembra che il sesso sia uno strumento di liberazione dal peso di una società repressiva che ha nella religione il pilatro fondante. Ma le donne si vogliono ribellare, Esti è combattuta tra le sue pulsioni sessual-amorose e una vita come il faut,  “a nice Jewish girl” moglie di un rabbino, un bravo ragazzo con cui ha giocato fin dall’infanzia. Non ha coraggio di fuggire ma neanche quello di restare. Ronit invece è stata, più o meno, ripudiata dal padre che non le ha lasciato in eredità neanche la casa di famiglia, e che invece ha donato alla sinagoga. «Mi ha lasciato una pipa» dice Ronit a Esti nella casa vuota del Rav: un lascito ironico nella sua simbologia palesemente maschile.
Vorrei sottolineare un dettaglio nelle primissime scene che mi ha incuriosito: Robit, appena saputo della morte del padre, va a pattinare per sfogarsi, ma nello spogliatoio ansimando e in preda ad un attacco d’angoscia, si strappa la maglia: questo gesto è la Kerià, che consiste, in caso di decesso di un genitore, nella lacerazione delle vesti dalla parte sinistra in corrispondenza del cuore. Quindi anche se Ronit è fuggita ed è molto lontana, la tradizione resta ed è ancora sentita.
Il film è notevolmente intenso e, nei limiti in cui io possa giudicare, mi pare che il regista abbia ben rappresentato il milieu conservatore ebraico e, in generale, riprodotto in modo esemplare un ambiente provinciale. Infatti, il dramma di due donne omosessuali diversamente ebree, finisce per assumere i contorni di una storia universale sul coraggio di liberarsi dai vincoli che stritolano, soffocano e opprimono la libertà d'espressione.
È strano però come un regista devisamente di “donne” in questo film renda più amabile alla fine, il vero personaggio maschile, il bravo Dovid (Alessandro Nivola) che, a suo modo, si ribella alle convenzioni.
Sebastian Lelio, ha frequentato a Santiago l’”Escuela de Cine de Chile“ un ambiente culturalmente vivace nel quale si è formato il gruppo di registi che oggi rappresenta la più importante corrente cilena del dopo Pinochet. Lo stesso Pablo Larraín Matte, tra i produttori di “Una donna fantastica”, Matías Bize, Andrés Wood, Patricio Guzmán, Gonzalo Maga (sceneggiatore di Lelio) e altri, portano avanti il loro cinema come atto di una liberazione in corso.
Forse Disobedience”non è il migliore dei film di Lelio: nel 2013 con Gloria” era diventato noto nel panorama internazionale, poiché Paulina Garcia aveva conquistato un Orso d'Argento a Berlino per la miglior interpretazione femminile, mentre il suo film “Una donna fantastica”, aveva ottenuto l’Oscar 2018 come miglior film straniero e migliore sceneggiatura.
 

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