Il petroliere |
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Un film di Paul Thomas Anderson.
Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin J. O'Connor, Ciarán Hinds, Dillon Freasier.
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Titolo originale There Will Be Blood.
Drammatico,
b/n
durata 158 min.
- USA 2007.
- Buena Vista International Italia
uscita venerdì 15 febbraio 2008.
MYMONETRO
Il petroliere
valutazione media:
3,51
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Quando avere tutto non basta a riempire niente
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| domenica 27 settembre 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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La mia prima reazione davanti a Daniel Plainview è stata di rifiuto. È un uomo difficile da sopportare: freddo, diffidente, aggressivo e mosso da un bisogno quasi patologico di dominare gli altri. Eppure proprio qui si trova gran parte della forza de Il petroliere. Paul Thomas Anderson non cerca mai di farci ammirare il protagonista né di offrirgli una giustificazione rassicurante. Ci costringe a trascorrere ore con un uomo la cui ambizione sembra crescere allo stesso ritmo della sua incapacità di entrare in relazione con gli altri. Daniel Day-Lewis offre un''interpretazione monumentale. C''è qualcosa di quasi animalesco in Plainview: la voce, la postura, il modo di guardare e quella sensazione costante che stia calcolando ciò che può ottenere da ogni persona. A tratti la recitazione può sembrare eccessiva, ma quell''eccesso si adatta anche a un personaggio che sembra sempre sul punto di diventare una caricatura di se stesso. La sua presenza domina completamente il film. La cosa più interessante è che l''ambizione non viene presentata solo come desiderio di denaro. Plainview vuole vincere. Il petrolio conta perché significa potere, ma ciò che sembra muoverlo davvero è dimostrare che nessuno può stare sopra di lui. Il successo economico non lo tranquillizza; al contrario, sembra alimentare il suo disprezzo per il resto del mondo. Per questo funziona così bene il rapporto con Eli Sunday. Non sono semplici avversari. Sono due uomini ossessionati dall''esercitare autorità da posizioni diverse: uno attraverso il denaro, l''industria e la proprietà; l''altro attraverso la religione, la comunità e l''influenza. Hanno bisogno l''uno dell''altro, ma nessuno dei due sopporta di riconoscere il potere dell''altro. Ogni incontro diventa una battaglia di ego in cui umiliare l''avversario conta quasi quanto ottenere qualcosa. Paul Dano regge molto bene quello scontro. Il suo Eli è irritante e fragile allo stesso tempo. Di fronte al peso fisico di Day-Lewis, rappresenta un altro tipo di dominio, più teatrale e spirituale, ma non necessariamente meno interessato. Anderson non presenta capitale e religione come due forze completamente opposte, bensì come due sistemi capaci di competere per le stesse persone e lo stesso territorio. Il film possiede anche una enorme forza visiva. Robert Elswit trasforma i paesaggi secchi e aperti in qualcosa di quasi ostile, mentre il petrolio appare come una promessa di ricchezza che finisce per sporcare tutto. Alcune immagini sembrano parlare da sole di progresso, sfruttamento e distruzione senza bisogno di spiegare troppo. La musica di Jonny Greenwood contribuisce enormemente a quella sensazione di minaccia. Non accompagna il film in modo convenzionale: inquieta, anticipa la tensione e trasforma alcuni momenti in qualcosa di quasi astratto. Il film sembra costantemente sul punto di spezzarsi, come se sotto ogni conversazione aspettasse una forma di violenza. La durata si sente, e ci sono momenti in cui sostenere quella intensità così a lungo può risultare estenuante. Capisco anche chi vede una certa grandiosità eccessiva in Day-Lewis o nella messa in scena stessa. Ma anche quando esagera, il film possiede una personalità così forte che rimane difficile distogliere lo sguardo. Ciò che mi resta soprattutto è l''idea di un uomo che ottiene sempre di più e sembra rimanere con sempre meno. La ricchezza non riempie il vuoto, la competizione non finisce mai e dominare gli altri non sostituisce un rapporto autentico con loro. Il petroliere è oscuro, scomodo e a tratti grottesco, ma anche profondamente affascinante. Non mi emoziona quanto altri grandi film perché il protagonista mantiene sempre una distanza emotiva sgradevole, ma proprio quel disagio fa parte della sua identità. È il ritratto di un''ambizione che finisce per diventare non una forma di successo, ma una forma di isolamento.
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