Hotel Rwanda |
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Un film di Terry George.
Con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, Roberto Citran.
continua»
Drammatico,
Ratings: Kids+16,
durata 121 min.
- Canada, Gran Bretagna, Italia, Sudafrica 2004.
uscita venerdì 11 marzo 2005.
MYMONETRO
Hotel Rwanda
valutazione media:
3,34
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Quando la decenza diventa un atto di resistenza
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| domenica 27 settembre 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Ciò che mi ha colpito di più non è che il film cerchi continuamente l''orrore, ma che mostri come l''orrore finisca per entrare nella quotidianità. Un hotel, dei dipendenti, delle stanze, delle uniformi, delle normali routine: tutto appartiene inizialmente a un mondo riconoscibile, finché le regole smettono di contare e la violenza comincia a decidere chi possiede davvero il potere. È qui che Hotel Rwanda diventa particolarmente duro, perché mostra quanto rapidamente la normalità possa scomparire quando una società inizia ad accettare che alcuni esseri umani valgano meno di altri. Don Cheadle è straordinario perché non interpreta un eroe tradizionale. Paul Rusesabagina non ha superpoteri, né un''epica militare, né un coraggio grandioso. La sua principale risorsa è riuscire a mantenere la lucidità mentre tutto intorno sembra perderla. Negozia, calcola, osserva e tenta di conservare forme di civiltà in un contesto in cui quelle forme non significano quasi più nulla. Proprio per questo risulta così potente: la sua resistenza nasce dalla decenza e dalla capacità di continuare a vedere persone dove altri vedono soltanto etichette. Il film comprende benissimo l''importanza della disumanizzazione. Quando una popolazione viene ridotta a insulti, categorie o animali, la violenza smette di presentarsi come violenza e comincia a mascherarsi da pulizia, difesa o necessità. È forse questo l''aspetto più ripugnante: non basta uccidere, bisogna prima convincere abbastanza persone che le vittime non meritino più di essere trattate come esseri umani. Mi ha colpito molto anche il crollo dell''autorità ordinaria. Essere direttore, avere un incarico, conoscere le regole o dirigere un gruppo serve solo finché esiste una struttura che rispetta quelle regole. Quando la violenza armata e il fanatismo occupano quello spazio, l''autorità istituzionale può diventare una finzione. Il film rende questo cambiamento molto visibile senza trasformarlo in una lezione teorica. Un altro elemento fondamentale è lo sguardo verso l''esterno. Hotel Rwanda non permette di dimenticare che la tragedia avviene davanti a un mondo dotato di informazioni, istituzioni e capacità di reagire, ma che risponde tardi, male o in maniera insufficiente. Quell''abbandono risulta quasi altrettanto indignante della violenza stessa perché distrugge l''idea rassicurante secondo cui, davanti a un''atrocità abbastanza grande, qualcuno finirà necessariamente per intervenire. La storia costringe anche a guardare più indietro. Le divisioni interne non sono nate dal nulla e il film invita a riflettere su come il colonialismo europeo abbia contribuito a trasformare differenze sociali e politiche in identità sempre più rigide. Questo non elimina la responsabilità di chi organizzò ed eseguì il genocidio, ma ricorda che la storia raramente comincia il giorno in cui iniziano i massacri. Visivamente Terry George evita una stilizzazione eccessiva. A tratti il film possiede quasi un aspetto da produzione televisiva, elemento che alcuni critici gli hanno rimproverato, ma questa semplicità non ne ha ridotto l''impatto per me. Preferisce la chiarezza al virtuosismo, lasciando a Don Cheadle e Sophie Okonedo gran parte del peso emotivo. Lei, in particolare, trasmette paura e stanchezza senza bisogno di grandi discorsi. Si può certamente criticare il film per aver semplificato un conflitto enormemente complesso per renderlo accessibile al grande pubblico. Un film di poco più di due ore non può spiegare decenni di storia, colonialismo, propaganda, guerra civile, intervento internazionale e lotte di potere senza lasciare fuori moltissimo. Ma non credo che il suo obiettivo principale sia offrire una lezione di storia esaustiva: vuole obbligarci a guardare le persone dentro quella storia. E in questo è devastante. Non trasforma la tragedia in spettacolo e non ha bisogno di compiacersi nell''orrore perché ne comprendiamo la portata. Ciò che fa davvero paura è vedere fin dove possa arrivare una società quando l''odio diventa normale e, allo stesso tempo, vedere che persino allora alcune persone rimangono capaci di comportarsi da esseri umani. Rimane un film durissimo, profondamente indignante e necessario. Non perché offra una spiegazione semplice di ciò che è accaduto, ma perché ricorda qualcosa di molto più elementare: prima di qualsiasi etichetta, religione, etnia o fazione, ci sono persone. E quando una società comincia a dimenticarlo, tutto il resto può crollare con una rapidità spaventosa.
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