Il Diavolo veste Prada 2

Un film di David Frankel. Con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci.
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Titolo originale The Devil Wears Prada 2. Commedia, durata 119 min. - USA 2026. - Walt Disney uscita mercoledì 29 aprile 2026. MYMONETRO Il Diavolo veste Prada 2 * * 1/2 - - valutazione media: 2,86 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Lo stesso vestito con accessori diversi Valutazione 3 stelle su cinque

di decatur555


Feedback: 2315 | altri commenti e recensioni di decatur555
domenica 27 settembre 2026

Ci sono sequel che tornano perché c''è ancora qualcosa di nuovo da raccontare e altri che tornano perché l''originale conserva abbastanza affetto da giustificare un nuovo giro. Il diavolo veste Prada 2 si avvicina troppo al secondo caso. Si lascia guardare, conserva il glamour, riunisce personaggi che hanno ancora presenza e sa esattamente quali elementi recuperare per attivare la memoria dello spettatore. Il problema è che questa familiarità diventa anche un limite: troppo spesso sembra lo stesso film riorganizzato con vent''anni in più. La sensazione arriva molto presto perché la struttura torna ad appoggiarsi su conflitti che conosciamo già: gerarchie professionali, ambizione, lealtà, vita privata sotto pressione e una protagonista costretta a misurare quanto sia disposta a cedere dentro un mondo brillante e crudele. Tutto è aggiornato, naturalmente, ma lo scheletro è riconoscibile. E dopo aver rivisto il primo film poco prima, la ripetizione si nota ancora di più. Meryl Streep conserva un''autorità cinematografica straordinaria. Miranda Priestly continua a dominare molte scene con un''economia di gesti che nessun altro personaggio può imitare. Uno sguardo, una pausa o una frase quasi sussurrata bastano a restituire subito la forza dell''icona. Il problema non è Streep, sempre impeccabile, ma una sceneggiatura che sa troppo bene quanto dipenda da lei e che a volte sembra accontentarsi del piacere di vederla funzionare ancora. Anne Hathaway torna con naturalezza nei panni di Andy, anche se l''evoluzione precedente del personaggio dovrebbe permettere un conflitto più nuovo e meno dipendente da schemi già usati. Andy conosce ormai quel mondo, ne capisce i codici e non dovrebbe dover ripercorrere strade emotive troppo simili a quelle già attraversate. Quando il film dimentica questa differenza, la sensazione di riciclo diventa evidente. Emily Blunt conserva l''energia necessaria per rendere ogni apparizione più viva, e Stanley Tucci continua a portare umanità e mestiere. Il cast originale è in realtà la migliore difesa del sequel: c''è chimica, memoria condivisa e abbastanza naturalezza da evitare l''effetto di una semplice rimpatriata nostalgica. Ma anche quella chimica ha bisogno di una storia capace di spingerla in una direzione diversa. Il film prova anche ad aggiornare il contesto parlando del presente delle riviste, del giornalismo, della trasformazione digitale e di un mondo del lusso che non funziona più esattamente come nel 2006. Sono alcuni dei momenti migliori, perché finalmente sembra interessato a qualcosa di più della ripetizione di rapporti già noti. La crisi della carta stampata e la necessità di difenderne il valore in una cultura dominata dall''immediatezza offrono un terreno molto più fertile della sola nostalgia. Eppure, ogni volta che compare un''idea davvero nuova, il film sembra avere paura di allontanarsi troppo dal modello originale. Cambiano alcuni contesti, cambia il paesaggio, compaiono nuove relazioni, ma tornano meccanismi molto simili. Persino la destinazione europea glamour dà questa sensazione di schema: prima Parigi, ora Milano. La battuta viene quasi da sola. Se ci fosse un terzo film, Madrid sembrerebbe già più probabile di una vera rottura con la formula. La parte sentimentale è un altro punto debole. Il nuovo compagno di Andy non mi convince e la relazione sembra funzionale, come se la sceneggiatura dovesse riempire una casella invece di costruire una coppia a cui credere davvero. Nel primo film, che Nate piacesse o meno, la sua presenza aveva un senso chiaro nel conflitto di Andy. Qui si vede più facilmente la funzione narrativa che il rapporto umano. Visivamente, invece, il film offre esattamente ciò che ci si aspetta: moda, spazi eleganti, ritmo veloce, lusso e una messa in scena levigata. David Frankel conosce perfettamente questo universo e sa renderlo attraente. Ma questa professionalità rafforza il paradosso: tutto è ben presentato e, allo stesso tempo, è difficile trovare una ragione davvero forte per essere tornati. Non direi che sia un brutto film. È troppo competente, troppo ben recitato e troppo ben prodotto per essere un disastro. Ritrovare questi personaggi può perfino essere piacevole. Ma è anche un sequel troppo preoccupato di riprodurre le sensazioni dell''originale. La nostalgia è gestita meglio che in molte continuazioni tardive, ma resta nostalgia. Il primo film poteva essere prevedibile, ma aveva una trasformazione centrale che gli dava direzione. Questo sequel sembra sapere che il pubblico vede già tutte le cuciture e, invece di smontare l''abito per confezionare qualcosa di diverso, preferisce cambiare qualche accessorio. Funziona mentre dura, ma lascia un''impressione molto chiara: più dello stesso. Dopo vent''anni di attesa, è poco.

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