Send Help |
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Un film di Sam Raimi.
Con Rachel McAdams, Dylan O'Brien, Dennis Haysbert, Chris Pang.
continua»
Horror,
durata 113 min.
- USA 2026.
- Walt Disney
uscita giovedì 29 gennaio 2026.
- VM 14 -
MYMONETRO
Send Help
valutazione media:
3,50
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Quando cambia il potere, cambia anche il sorriso
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| domenica 27 settembre 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Tutto comincia in un terreno molto riconoscibile: un’azienda in cui chi lavora davvero non è necessariamente chi riceve il merito, mentre altri occupano posizioni comode grazie allo sforzo altrui. Quello squilibrio iniziale avrebbe potuto sostenere una semplice satira aziendale, ma Sam Raimi lo usa come punto di partenza per qualcosa di molto più giocoso, sgradevole e perverso. L’interesse non sta soltanto nella critica del mondo del lavoro, ma nell’osservare cosa succede quando un rapporto costruito su gerarchia, disprezzo e convenienza comincia a perdere le regole che normalmente lo mantengono in piedi. Rachel McAdams sostiene il film con grandissima forza. Il suo personaggio funziona proprio perché Raimi non la costruisce come una vittima perfetta né come un’eroina pensata per risultare simpatica in ogni momento. Ci sono frustrazione, intelligenza, orgoglio, risentimento e una capacità di adattamento che permette al film di giocare continuamente con la nostra percezione. McAdams passa dal disagio alla comicità e da lì a qualcosa di molto più feroce senza dare l’impressione di interpretare tre personaggi diversi. Dylan O’Brien, da parte sua, comprende molto bene il registro ed evita di trasformare il proprio ruolo in una caricatura troppo facile. La tensione scomoda tra i due mantiene vivo il film anche quando la sceneggiatura diventa sempre più assurda. Ciò che mi ha divertito di più è proprio questa miscela di toni che Raimi sa gestire così bene. Ci sono umorismo nero, tensione, situazioni volutamente imbarazzanti e poi improvvise esplosioni di violenza molto più grafiche di quanto ci si aspetterebbe all’inizio. Il sangue non sembra introdurre un genere completamente diverso, ma diventa la naturale estensione di quell’umorismo fisico e crudele che ha sempre accompagnato il cinema di Raimi. Lui sa che il grottesco può fare paura e far ridere nello stesso momento, e ancora una volta si diverte a deformare una situazione finché lo spettatore non sa più se ridere, distogliere lo sguardo o fare entrambe le cose. Il film funziona anche come una piccola guerra di classe e di potere. L’ambiente aziendale iniziale stabilisce chi comanda, chi obbedisce, chi ottiene il merito e chi porta il peso del lavoro, ma la sceneggiatura è soprattutto interessata alla fragilità di quelle posizioni. Una gerarchia può sembrare completamente naturale finché tutti accettano le regole che la sostengono. Quando le circostanze smettono di favorire automaticamente chi ha sempre avuto il vantaggio, cominciano a contare altre capacità. È lì che il film trova buona parte della sua cattiveria, perché non presenta il potere come qualcosa di morale, ma come qualcosa di circostanziale. Danny Elfman accompagna perfettamente questo tono. La sua musica ha quel carattere giocoso, inquietante e leggermente eccessivo che si sposa naturalmente con Raimi. Non cerca di rendere ogni momento solenne; spesso sottolinea invece l’assurdità della situazione. Anche visivamente il film evita un realismo cupo per preferire una sorta di avventura distorta in cui sopravvivenza, commedia nera e horror fisico convivono con naturalezza. Alcune inquadrature e movimenti di macchina ricordano continuamente che dietro c’è un regista che ama davvero giocare. Il problema è che la sceneggiatura non è sempre all’altezza di questa energia. Alcune idee sullo sfruttamento sul lavoro, sul genere, sul risentimento e sul privilegio avrebbero potuto essere approfondite molto di più, ma il film sceglie quasi sempre l’intrattenimento invece di fermarsi a esplorarle. Non tutte le decisioni risultano ugualmente credibili e in certi momenti si percepisce che Raimi è disposto a sacrificare la logica in cambio di una scena divertente o di un forte effetto. Se si accetta questo patto, il film diventa molto più godibile; se si cerca una satira sociale davvero incisiva, può sembrare un po’ superficiale. Nonostante ciò, l’ho trovato molto più divertente di tanti film che provano a mescolare così tanti generi. Ha ritmo, personalità e due interpreti centrali che capiscono perfettamente il gioco. McAdams spicca soprattutto perché trova un registro diverso all’interno di una carriera raramente associata a materiale così sporco, fisico e sgradevole. C’è qualcosa di particolarmente soddisfacente nel vederla entrare nell’universo di Raimi e rispondere alla sua esagerazione con un’interpretazione altrettanto coinvolta. Non credo che Send Help dica qualcosa di particolarmente nuovo su capi, dipendenti o rapporti di potere, ma sa trasformare queste idee in uno spettacolo allegramente cattivo. Comincia con l’aria di una commedia aziendale, si contamina di sopravvivenza, umorismo nero e violenza, e alla fine sembra soprattutto un film di Sam Raimi: irregolare, eccessivo, giocoso e molto più interessato a divertirsi sporcandosi le mani che a comportarsi con eleganza. In questo terreno funziona davvero bene.
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