La donna che canta |
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Un film di Denis Villeneuve.
Con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Remy Girard, Abdelghafour Elaaziz.
continua»
Titolo originale Incendies.
Drammatico,
durata 130 min.
- Canada 2010.
- Lucky Red
uscita venerdì 21 gennaio 2011.
MYMONETRO
La donna che canta
valutazione media:
3,35
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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Alcune verità continuano a bruciare anche dopo essere state scoperte
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| domenica 27 settembre 2026 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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La sensazione più forte che il film mi ha lasciato è quella di una durezza enorme, ma non perché cerchi di schiacciare lo spettatore a ogni costo. Denis Villeneuve lavora quasi al contrario: trattiene, osserva e lascia che il passato emerga gradualmente. Meno sottolinea l''orrore, più questo pesa. La donna che canta comincia come la ricostruzione di una storia familiare e diventa qualcosa di molto più ampio sulla guerra, sull''identità, sul fanatismo e sulle ferite che una generazione può trasmettere alla successiva. La struttura è fondamentale. Passato e presente avanzano quasi come due indagini parallele, e ogni nuovo elemento modifica il modo in cui comprendiamo ciò che abbiamo già visto. Villeneuve controlla l''informazione con grande precisione: non ha bisogno di continui colpi di scena perché sa che il vero impatto nasce dalla comprensione. Il film riduce progressivamente la distanza tra persone, luoghi ed epoche finché tutto acquista un peso impossibile da immaginare all''inizio. Lubna Azabal è straordinaria nel ruolo di Nawal. Il suo personaggio attraversa circostanze terribili, ma non viene mai ridotto semplicemente alla sofferenza. Ci sono determinazione, rabbia, resistenza, contraddizioni e una capacità quasi sovrumana di continuare. Mélissa Désormeaux-Poulin funziona molto bene come contrappunto nel presente: la sua ricerca non consiste soltanto nello scoprire dei fatti, ma nel tentativo di comprendere una madre che forse non ha mai realmente conosciuto. Anche il modo in cui viene rappresentata la guerra è particolarmente potente. Il film non ha bisogno di spiegare ogni paese, fazione o ideologia in maniera esaustiva perché comprendiamo perfettamente il meccanismo della distruzione. Religione, appartenenza, origine e vendetta diventano confini capaci di decidere chi merita di vivere e chi deve diventare un nemico. Il film rifiuta la comodità di dividere il mondo tra innocenti perfetti e mostri incomprensibili: mostra come l''odio possa riprodursi fino a quando nessuno ricorda più da dove sia iniziato. La violenza è devastante proprio perché Villeneuve raramente la trasforma in spettacolo. Alcune immagini rimangono impresse, ma ciò che diventa davvero insopportabile è comprendere le conseguenze che lasciano dietro di sé. Non sono episodi isolati costruiti per impressionare, ma anelli di una catena che continua molto dopo la scomparsa di chi l''ha iniziata. C''è qualcosa di quasi matematico nella costruzione di La donna che canta: nomi, date, luoghi e ricordi finiscono per collegarsi. Eppure questa precisione narrativa non trasforma mai il film in un semplice rompicapo. Il mistero conta perché dietro ogni risposta c''è una persona. E quando i pezzi cominciano a combaciare, l''effetto non è il consueto piacere di aver risolto un enigma, ma qualcosa di molto più scomodo. Ciò che alla fine rimane è la sua riflessione sull''eredità dell''odio. Una famiglia può ereditare molto più di cognomi, ricordi o fotografie; può ereditare anche silenzi, colpe e le conseguenze di decisioni prese decenni prima. Spezzare quella trasmissione potrebbe essere uno degli atti più difficili che esistano. È un film durissimo, ma anche straordinariamente umano. Villeneuve non nega l''orrore né cerca di addolcirlo, ma non sembra nemmeno interessato ad affermare che siamo inevitabilmente condannati a ripeterlo. Tra tanta violenza rimane una domanda molto più importante: qualcuno riuscirà mai a interrompere la catena?
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